lunedì 17 aprile 2017

Scritto da Letizia Ingaldo


Ciò che il secolo scorso era necessità di autoproduzione oggi è diventato qualcosa di cui essere orgogliosi: dal km0 il passaggio al “Passo0” è stato veloce. Ed è ormai obiettivo del nostro tempo

L’agricoltura urbana consiste nel coltivare, trasformare e distribuire il cibo all’interno di contesti urbanizzati o peri-urbani come città e villaggi. Le ragioni di fondo sono molteplici: dal giovane radical che ne fa una questione di sicurezza alla fonte, ai ceti più svantaggiati cui i comuni danno in concessione parti di terreno non usato per farne orti, come ad esempio il bando ColtivaMi del comune di Milano. E le superfici date in comodato d’uso superano ormai i 3.5 milioni di mq nei capoluoghi italiani. Per non parlare di tutte quelle porzioni abbandonate tra edifici, aiuole, che grazie ai guerrilla gardner hanno recuperato funzione e vitalità con piantagioni miste tra fiori e ortaggi, gestiti in modo autonomo.
 Comune a tutti è la motivazione: conoscere il processo di produzione di ciò che si mangia, controllare qualità e salubrità del cibo, specie dopo che le analisi su componenti e proprietà nutritive di ciò che acquistiamo hanno fatto emergere in modo palese che la grande produzione/distribuzione agisce per lo più in termini quantitativi a discapito del contenuto. Così, ciò che il secolo scorso era necessità di autoproduzione è diventato un plus, qualcosa di cui inorgoglirsi. Tanto che oggi non si parla più solo di km0 (distanza tra luogo di produzione e quello di consumo), ma di “Passo0”. Un obiettivo/slogan anche grazie ad una serie di “urban farm” sorte negli ultimi anni. 

Nel mondo si stima che solo il 20% del cibo consumato è prodotto dentro le città e che 800 000 milioni di persone coltivano nelle aree urbane. E se, come afferma la FAO, nel 2050 avremo superato i 10 miliardi e due persone su tre vivranno in aree urbane, è palese come l’agricoltura urbana possa svolgere un ruolo cruciale per le necessità alimentari delle città.

L’altro fronte aperto è il controllo sugli alimenti e analisi ufficiali hanno stabilito che nel 50% delle piante prodotte in alcune città si supera il limite di metalli pesanti consentito dall’UE. Allora che fare? Meglio salire in altezza: coltivare sui tetti e terrazzi di edifici offre più vantaggi: più spazio disponibile, esposizione alla luce solare, vicinanza ai luoghi di consumo. Sono nate così una serie di Urban Farm sopra edifici dismessi: a New York c’è Brooklyn Grange, oltre due ettari coltivati sul tetto di un edificio abbandonato dal 2010 grazie a volontari, mentre a Chicago Gotham Greens è uno dei più grandi produttori di ortaggi in serre tecnologiche con illuminazione al Led. Ora distribuiscono le loro insalate senza pesticidi in tutti gli Stati Uniti e sono modelli d’impresa per studenti e giovani imprenditori. In Europa tra i progetti più noti e redditizi c’è Østergro a Copenaghen, fattoria con 600 mq di coltivazione situata sul tetto di un edificio, primo esempio in una città scandinava. O Dakkaker a Rotterdam, garden project gestito da architetti che l’hanno realizzato anni fa sul tetto di un edificio antico. Una progettualità così influente che la Mairie di Parigi ha messo a punto un piano: “Paris au vert 2014-2020”, per un milione di mq di tetti e pareti verdi, di cui un terzo dedicato alla produzione di cibo, inserendo l’agricoltura urbana nelle scuole con alveari, frutteti e orti.

Dal vaso al piatto il passo è breve e crescono i ristoranti con l’orto attiguo: sul terrazzo all’Hotel Milano Scala, o in una fattoria, al Venissa di Venezia e al De Kas, situato nelle serre di Amsterdam che negli anni venti rifornivano le città.
Il piacere di mangiare e soprattutto il piacere di offrire una cena a “Passo0” è una conquista, ma spesso anche una necessità quando si tratta di prodotti di ottima qualità e basso impatto ambientale.
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