mercoledì 12 aprile 2017

Scritto da Noemi Muratore

In occasione del Salone del Mobile di Milano mi sono recata ad una delle esposizioni del Fuorisalone, l’insieme degli eventi che si sviluppano in parallelo nel cuore della città. L’installazione denominata “this will be the place” organizzata da Cassina, azienda italiana di arredamento, è ospitata presso la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, in una struttura fatta di vetro e cemento che ha la classica forma di una casa stilizzata e che sposa perfettamente l’indirizzo architettonico della nuova Milano. Al quinto e ultimo piano del palazzo, tra le vetrate che si affacciano sull’Unicredit Tower e una biblioteca piramidale, ho scoperto Kar-a-sutra, la folle concept car progettata nel 1972 da Mario Bellini su proposta del MoMA di New York, museo all’interno del quale fu poi esposta. Precursore delle future monovolume, si tratta di un modello in cui la funzionalità, in questo caso intesa come abitabilità interna e comunicabilità fra gli utilizzatori, si accompagna alla fantasia, all’eccentricità, all’anticonformismo.

Nel pieno sviluppo dell’industria automobilistica, Bellini si oppone alla concezione di una macchina che ci farà morire, che soffoca le nostre città, che ammorba l’aria e che ci stordisce con i suoi rumori; ma allo stesso tempo vuole sconvolgere quella che è l’idea dell’automobile nell’immaginario collettivo, all’interno della quale possiamo entrare, sederci, fumare, pensare, forse anche leggere, parlare con il passeggero in fianco, accendere la radio, sbirciare il paesaggio e uscire. Ma nonostante tutto questo e per tutto questo egli vuole ripensare l’automobile mettendola in contatto con l’uomo, rendendola uno “spazio umano mobile”, dove si possa stare comodi, dove ci si possa sdraiare, dormire, sorridersi, conversare guardandosi, alzarsi in piedi, cambiare posto. Per fare ciò Bellini non si preoccupa di progettare un’auto più pulita, sicura o silenziosa, bensì una vettura fatta interamente di acciaio strutturale e vetro, che possa mettere in contatto i viaggiatori con l'ambiente esterno.



Kar-a-sutra si pone l’obiettivo di abbattere una realtà in cui gli automobilisti vengono gerarchicamente classificati in base ai centimetri cubici, al numero di cilindri, ai cavalli, all’accelerazione da fermo e alla velocità massima, in cui i guidatori si lasciano troppo facilmente fregare dalle strategie di marketing, per creare una macchina che sia spazio umano in movimento, che sia spazio per accadimenti più significativi, che sia mezzo più efficace per la nostra ansia di comunicare e conoscere.

Qualcuno potrebbe sostenere che in realtà questa automobile, o per meglio dire questa idea di automobile esiste già e si chiama roulotte, tuttavia il tratto essenziale che distingue alla base i due modelli è il concetto, è l’idea, è il fine per il quale sono stati creati. La roulotte vuole semplicemente riprodurre dovunque ed indifferentemente i riti domestici, Kar-a-sutra vuole invece sconvolgere, innovare, modificare il nostro modo di pensare e la nostra concezione di mezzo di trasporto.

“Aperti o chiusi, alti o bassi, si potrebbe fare il giro del mondo in due, portando tutto fuorché la tenda”.



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