sabato 11 marzo 2017

Scritto da Noemi Muratore

“Don’t buy this jacket” è lo slogan di una pubblicità di “Patagonia”, un marchio d’abbigliamento leader nel segmento outdoor fondato nel 1973 a Ventura, in California, da Yvon Chouinard, un climber di fama internazionale che, come si legge tra le pagine del suo libro, “Let My People Go Surfing”, si definisce in affari solo per salvare la terra. Negli ultimi anni l’azienda è stata considerata tra le più sostenibili al mondo, non solo per quanto riguarda il rispetto dell’ambiente nei metodi di produzione, ma anche con riferimento all’offerta di condizioni di lavoro umane, orari flessibili, assistenza sanitaria e pagamenti dignitosi. 


La mission dell’azienda, fortemente ispirata allo stile di vita del fondatore, è quella di creare prodotti di alta qualità adottando una serie di misure eco-friendly. Tra queste la volontà di Patagonia di appoggiarsi a fabbriche e stabilimenti in grado di condividere quei valori di integrità e ambientalismo di cui si fa portatrice. Per questo nella scelta di uno stabilimento considera sia una serie di fattori qualitativi aziendali (tecnologie, know-how, ubicazione, prezzi, servizio clienti, puntualità nelle consegne) sia le performance socio-ambientali offerte ed è per questo che il team addetto alla responsabilità socio-ambientale (CSR) ha la facoltà di vietare la collaborazione con i nuovi stabilimenti che non soddisfano gli standard previsti.

 Inoltre, al fine di garantire al consumatore finale capi amici dell’ambiente, Patagonia si serve solo ed esclusivamente di materiali ecosostenibili come cotone organico, poliestere riciclato, nylon proveniente da fibre di scarti post-industriali e filati raccolti in aziende tessili o ancora lana ricavata dagli allevamenti di pecore gestiti in modo sostenibile nelle praterie della Patagonia e, infine, canapa e TENCEL, fibra ottenuta dalla polpa di alberi d'eucalipto. Ancor più sorprendente, soprattutto considerando che si tratta di un’azienda profit, è che i capi realizzati siano prodotti con l’obiettivo di durare per anni e che possano essere riparati, così da non doverne acquistare di nuovi. A tal proposito il marchio ha creato un programma, “Worn Wear”, che celebra le storie di alcuni personaggi attraverso gli indumenti che li accompagnano nelle loro avventure. E quando tali indumenti non possono più essere riparati, i capi Patagonia hanno comunque la possibilità di essere riciclati.

Di questo originale piano di CSR fanno parte anche donazioni ambientaliste e supporto agli attivisti. In particolare l’azienda devolve ogni anno l’1% dei propri profitti a piccoli gruppi locali, i quali spesso hanno uno staff di meno di cinque persone e sono gestiti interamente da volontari, ma che sono impegnati a cambiare concretamente le cose per salvaguardare il pianeta. Patagonia preferisce destinare sovvenzioni più modeste a centinaia di gruppi, piuttosto che devolvere ingenti somme per un limitato numero di cause, perché crede che quel denaro possa davvero fare la differenza; inoltre, non concepisce queste donazioni come beneficenza o filantropia nel senso più tradizionale del termine, ma crede che facciano parte del prezzo da pagare per fare business, quella che definiscono "Earth Tax", destinata a mitigare i danni ambientali che contribuiscono a provocare.

Incredibilmente Patagonia nel 2016 ha registrato ricavi per $7500000.
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