sabato 18 febbraio 2017

Scritto da Camilla Mariani 

Il settore agroalimentare sta rapidamente cambiando.
Tutto questo sta accadendo inesorabilmente. 

Senza ombra di dubbio, l’attuale modello di produzione del cibo necessario a sfamare miliardi di persone sulla Terra non è più sostenibile. Insieme alla scarsità di risorse, gli avidi giochi di potere della finanza globale, sostenuti e fomentati dalle grandi multinazionali, trasformano il pianeta in terra di conquista.

La voce autorevole di Stefano Liberti, con il suo ultimo libro “I signori del cibo”, inquadra appieno il dispiegarsi dell’agghiacciante situazione nel mondo della produzione e distribuzione del cibo. Per raccontare questo insidioso scenario, teso al controllo di ciò che arriva sui nostri piatti, Liberti indaga quattro filiere di prodotti ormai diffusi nella maggior parte delle diete alimentari: la carne di maiale, la soia, il tonno in scatola e il pomodoro concentrato. L’inchiesta è andata avanti per due anni e l’autore ha avuto modo di toccare con mano le più disparate realtà del mondo. 

Questo lunghissimo “viaggio nell’industria alimentare che sta distruggendo il pianeta” lo ha condotto dalle grandi distese brasiliane di monocoltura di soia, all’asse Cina-Stati Uniti, a conoscere l’incredibile settore della carne di suino. Lo ha poi portato a parlare con i pescatori e i piccoli industriali, divorati dalle multinazionali che saccheggiano gli Oceani per la produzione di tonno in scatola, per riapprodare, infine, in Puglia dove i lavoratori ghanesi raccolgono il pomodoro “di massa”.

Ad oggi, il sistema agroalimentare è caratterizzato da alcuni fenomeni incontrollabili. Primo fra tutti, vi è un’enorme distanza tra la provenienza delle materie prime e il consumo del prodotto finito; i prodotti compiono inspiegabili movimenti irrazionali prima di arrivare ad essere consumati. È dilagante la tendenza a considerare i prodotti alimentari al pari di commodities, cibo-merce scambiato da grandi gruppi industriali che stanno “fagocitando, grazie alle loro economie di scala, i piccoli e medi attori della filiera”. Queste aziende-locusta stabiliscono con i prodotti un rapporto puramente estrattivo volto alla massimizzazione dei profitti nel più breve tempo possibile. Proprio come uno sciame di locuste, queste aziende lavorano con un fare intensivo che dissipa totalmente le risorse compromettendo per sempre la biodiversità dei territori e distruggendo l’equilibrio economico e sociale di interi Paesi. 

Nella descrizione di Liberti, gli attori che forse dovremmo più temere sono quelli finanziari. Banche d’affari e fondi di investimento, dopo il tracollo subito con la crisi del 2008, hanno messo gli occhi sulla produzione e commercializzazione di beni alimentari. Le prospettive esponenziali di crescita demografica e il cambiamento di abitudini alimentari hanno reso il settore particolarmente attrattivo e questi ultimi non hanno esitato a buttarcisi, muovendosi meschinamente nell’ombra. 

Di fronte a questa situazione, un contributo importante può essere dato dal consumatore. Un consumatore che sia consapevole dei costi sociali e ambientali intrinseci ai propri acquisti e non quantificabili in un mero prezzo finale. Che pretenda maggiore trasparenza delle filiere alimentari e che abbia un occhio di riguardo per la stagionalità dei prodotti, resa possibile prediligendo e incentivando il consumo locale. Il grande punto di forza di un mercato mosso da questo tipo di consumi è che non conosce barriere spaziali e temporali. Qualunque società del mondo può essere mossa dall’attaccamento alle proprie terre, alle proprie risorse e alle proprie tradizioni. 

Insomma, per risanare questa situazione servirebbe un modello a base di biodiversità fondato su una produzione sostenibile.

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