venerdì 17 giugno 2016

Scritto da Camilla Mariani

Sfogliando le pagine di uno degli ultimi numeri dell’editoriale Espresso un titolo alquanto accattivante ha subito catturato la mia attenzione.
“Gli Stati sono morti, viva le bioregioni”.
Continuando a leggere, le righe incalzanti raccontano di un’intervista a colui che viene denominato “il guru della nuova economia”: John Thackara.
L’intervistatore, da subito, lo definisce come designer, autore, voce tra le più autorevoli sulla scena ambientale e della nuova economia. Ed effettivamente, suo Cv alla mano, non si potevano trovare parole migliori. John Thackara ha una formazione da filosofo e dieci anni di esperienza da giornalista. Inglese, vive da anni in Francia e si definisce un narratore di professione. Viaggia senza sosta per il mondo con lo scopo di raccogliere testimonianze sul modo in cui le persone si stanno organizzando, dal basso, per costruire un futuro ecosostenibile.

Secondo Thackara ci troviamo “all’alba della terza fase della sostenibilità”: negli anni settanta, si prevedeva che se la crescita economica fosse proseguita ad un ritmo così dirompente, avrebbe condotto al collasso delle nazioni sviluppate. La prima reazione della società fu (amaramente) alquanto negazionista.
Nella seconda fase, degli ultimi vent’anni, i moniti sull’esaurimento delle risorse naturali, la crisi energetica e il cambiamento climatico si sono fatti sentire a gran voce e sono stati presi realmente in considerazione ma ancora in un’ottica di mantenimento del sistema attuale, apportando soltanto marginali modificazioni per renderlo più verde e pulito.


Nella terza fase tutto ciò non è abbastanza: è il sistema stesso ad essere fondamentalmente errato ed ha bisogno di una vera e propria ristrutturazione.
John Thackara suggerisce che “la trasformazione che ci è richiesta è di immaginarci come parte dei sistemi viventi del pianeta, invece che qualcosa di separato o al di sopra di essi”. Questa rivisitazione del nostro posto nel mondo potrebbe essere l’ingrediente per la più radicale trasformazione degli ultimi quaranta anni.

Andando ad analizzare in concreto tale prospettiva, la tecnologia gioca un ruolo chiave: oggi, l’attenzione è posta su investimenti tecnologici massicci e complessi che tuttavia non costituiscono la risposta ai problemi economici ed energetici.
La tecnologia che apporta cambiamenti positivi è quella che chiarifica e semplifica le relazioni tra persone che agiscono nel mondo reale.
Ed è proprio su queste relazioni che si trova il fulcro di tale visione. Il valore risiede proprio in ciò che “non scala”, ovvero in ciò che è unico ad un luogo.
L’unità di misura fondamentale, in futuro, sarà il luogo in cui viviamo e tutti i diversi modi in cui le cose che facciamo lo rendono più sano.
Ma se il cambiamento è locale, che ruolo resta a governi e istituzioni nazionali e internazionali?
Secondo Thackara, i governi non sono del tutto in grado di tenere sotto controllo il corso degli eventi: la dimensione nazionale è quella sbagliata per connettersi alle persone.

La soluzione sta nelle bioregioni, ossia delle aree in cui il confine è definito da elementi geografici come fiumi, montagne o laghi e da fattori ambientali come la composizione chimica del terreno e le relazioni ecologiche tra flora e fauna. Lo stesso Thackara, argomenta, dicendo che le bioregioni altro non sono che “il naturale passo successivo delle città verso il ricongiungersi con la propria terra, le proprie colture, i fiumi”.




Al di là che qualcuno possa considerare questa proposta di riassetto del sistema tanto assurda quanto utopistica, credo che possa considerarsi opinione comune (per non dire una questione di massima necessità ed urgenza) il bisogno di un cambiamento strutturale a base sostenibile. “Solo un mix di consapevolezza e tecnologia può salvare il pianeta. Creando strutture politiche innovative.
Dove ogni città vive in simbiosi con le sue campagne.”
(Fabio Chiusi, L’Espresso)

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