lunedì 6 giugno 2016

Scritto da Valeria Procoli 

Abbattere le distanze costa… poco per il portafoglio in realtà, ma tanto per l’ambiente. Quasi tutto quello che consumiamo e usiamo fa praticamente il giro del mondo a bordo di una nave cargo prima di arrivare a noi. 

Recentemente un servizio del programma Rai “Petrolio”  ha ripercorso gli immensi viaggi che le nostre merci fanno, portando alla luce tutte le ombre di un sistema per noi vitale e letale allo stesso tempo. Solitamente quando si pensa ad un prodotto la nostra attenzione si concentra esclusivamente su quello che ci coinvolge più da vicino, ma ciò che gli che sta dietro merita davvero di essere conosciuto. Ecco solo alcuni dei motivi:
Consumo:
Una nave cargo consuma come 50 milioni di auto! Se si considera che al mondo ce ne sono circa 60.000 il conto è presto fatto. Per non parlare del carburante utilizzato, ce ne vuole talmente tanto (si parla addirittura di 150mila tonnellate di petrolio l’anno) che nella maggior parte dei casi si opta per surrogati, che ovviamente inquinano molto di più. 

Naufragi: 
Se ne stimano circa 120 in un anno (uno ogni tre giorni). Quelli di cui si parla però sono pochi, ci sono interessi ben più importanti da tutelare e comunque gli sversamenti causati da un naufragio contribuiscono solo in minima parte (circa per il 2,5%) all’inquinamento che i trasporti via mare producono in totale. 

Ecosistemi in pericolo:
E' diffusa la pratica di caricare enormi quantità di acqua, con pesci annessi, per poi scaricarla migliaia di chilometri più lontano. Questo fa sì che si introducano nuove specie in ecosistemi che vengono così messi gravemente in pericolo. Un altro problema è poi legato all’inquinamento acustico, infatti le basse frequenze emesse da questi giganti del mare sono la causa della perdita di orientamento di grandi mammiferi marini, come le megattere, che finiscono per spiaggiarsi e morire.

Nuove rotte: 
Lo scioglimento dei ghiacciai offre giorno dopo giorno nuove opportunità alle grandi compagnie armatrici, che possono passare per rotte prima inaccessibili. Questa pratica va però ad accelerare lo scioglimento dei ghiacciai innescando un circolo vizioso davvero preoccupante.

Smaltimento:
La vita utile è di circa trenta anni, dopodiché (ameno nei paesi in cui c’è un regolamento a  tal proposito) sarebbe necessario un lungo, e soprattutto costoso, processo di smaltimento. Ovviamente i paesi in via di sviluppo non hanno tutele in materia, e allora tutti scelgono di risparmiare. Le navi vanno a morire in un immensi cimiteri a cielo aperto in India o in Bangladesh, dove lavoratori sottopagati e senza nessuna tutela si adoperano in condizioni disumane per smontare questi colossi, i cui pezzi però non saranno mai davvero smaltiti. 


Maersk, la prima compagnia armatrice al mondo (che si conosce poco ma ha fatturati al livello di Microsoft) sul proprio sito si dice molto impegnata a ridurre le emissioni e ad adottare pratiche quanto più sostenibili. E’ addirittura disponibile un Sustainability Report (2014), che evidenzia degli importanti tentavi di ridurre le emissioni. Tuttavia bisogna considerare che questi tipi di compagnie lavorano sfruttando le differenze tra le leggi dei vari paesi in cui operano, e pertanto la verifica delle loro pratiche risulta quasi impossibile. Inoltre anche ammesso la Maersk si impegni concretamente per la riduzione delle emissioni, una fetta consistente delle navi in circolazione appartiene a compagnie minori, che non hanno gli stessi standard di qualità.

Infine resta comunque il fatto che il sistema stesso del trasporto merci attraverso navi cargo è altamente inquinante, pertanto qualsiasi tentativo di renderlo più sostenibile non sarà mai abbastanza. Il consumatore ha comunque in mano la potente arma della scelta: se tutti preferissimo prodotti il più possibile locali potremmo infatti incidere molto più di qualsiasi altra soluzione. 


Foto: 
Glen - Rio de la Plata outward bound on the River Thames https://goo.gl/oHH1Wj

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