giovedì 26 maggio 2016

Scritto da Roberto Cippone 



Tra il Settecento e l’Ottocento, la Rivoluzione industriale ha introdotto un modello produttivo all’insegna del “prendere, fare e smaltire” noto con il nome di “economia lineare”. Quest’ultimo, nonostante sia stato in grado per lunghi anni di rispondere ad esigenze e bisogni di consumo di massa e trasporto globale, ha attirato l’attenzione di numerosi critici e studiosi data la sua sempre più chiara concatenazione con tematiche quali l’urbanizzazione e l’utilizzo di combustibili fossili.

Il rapido esaurimento del capitale naturale esistente, soprattutto quello di facile reperibilità, rappresenta una triste realtà ed è per questo che, al centro delle politiche ambientali a livello europeo, si è cominciato a parlare di “economia circolare”: un’economia pensata per potersi rigenerare da sola, per poter massimizzare lo sfruttamento di ciò di cui già disponiamo e in grado di rendere il rifiuto di qualcuno la risorsa di qualcun altro.

La limitatezza delle nostre risorse suggeriscono che non sarà sempre possibile mantenere un’elevata qualità della vita senza cambiare il nostro modus operandi: riutilizzare i prodotti di scarto a favore della sostenibilità del sistema genererebbe, infatti, per il Vecchio Continente un risparmio di 1.800 miliardi di euro l’anno entro il 2030 che, tradotto in termini percentuali, porterebbe alla crescita del Pil fino a 7 punti percentuali e del reddito delle famiglie europee dell’11%.

Queste prospettive di crescita così promettenti non devono trarre in inganno perché sorgono dalle inefficienze attuali, ancora radicate ad un modello basato su 4 fasi: estrazione, produzione, consumo e smaltimento. Un modello così lontano dalle crescenti esigenze di cittadini e ambiente che, nel solo 2012, ha provocato l’utilizzo, per ciascun singolo abitante, di ben 16 tonnellate di materiali, di cui solo il 40% riciclato. Tralasciando inquinamento acustico e atmosferico poiché difficilmente quantificabili, per rendersi conto dell’attualità del problema basterebbe considerare che un’auto in Europa resta parcheggiata quasi il 92% del tempo e che, pro capite e annualmente, vengono sprecati 173 kg di cibo. 

La risposta al problema è sempre la stessa: la rivoluzione digitale e tecnologica. Infatti, dopo aver radicalmente trasformato il nostro modo di comunicare, di ricevere e trasmettere informazioni, potrebbero esserne influenzati anche la mobilità, l’alimentazione e l’edilizia. Il “car sharing”, i veicoli elettrici e a guida autonoma, la tecnologia applicata e plasmata sui processi industriali sono solo alcune delle soluzioni che stanno prendendo piede negli ultimi anni, impattando positivamente sulla competitività delle aziende, sulla riduzione delle emissioni e dei consumi e sulla crescita dei posti di lavoro.

L’altra faccia della medaglia è altresì rappresentata dal bisogno di investire in ricerca e sviluppo, dalla spesa pubblica per la creazione di infrastrutture digitali e dai vari processi di incentivazione alle aziende che vogliono intraprendere questo percorso. L’insieme dei limiti è, dunque, riassumibile in una semplice e concisa espressione: i costi di transazione. In Germania, gli incentivi economici in tal direzione, dal 2000 al 2013, hanno avuto una portata di ben 123 miliardi; parallelamente il Governo britannico ha stimato una spesa di 14 miliardi di euro per l’introduzione di un sistema efficiente di riciclo e riutilizzo delle risorse. 

Per il momento si può parlare solo di stime e di progetti, ma nel medio e lungo periodo i termini “green economy”, “economia circolare” e “sviluppo sostenibile” ricorreranno così spesso da portare alla traduzione tanto desiderata dell’utopia in solida e quotidiana realtà.

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