venerdì 22 aprile 2016

Scritto da Camilla Mariani


A pochi giorni dal referendum abrogativo del 17 aprile (meglio noto come “No-Triv”) gli animi sono ancora caldi e la questione necessita di essere ulteriormente dibattuta vista la misera, per non dire riluttante, partecipazione al voto.

Cosa sono stati chiamati a votare gli italiani? Quanto se ne sapeva sulla questione trivelle? 

Le schede elettorali presentavano un semplice quesito.
“Tu, cittadino italiano, vuoi che i permessi per estrarre idrocarburi entro le 12 miglia marine dalla costa (circa 20 km) debbano durare fino all’esaurimento del giacimento oppure fino al termine della concessione?” 

In sostanza, se il quorum fosse stato raggiunto le piattaforme collocate attualmente in mare sarebbero state smantellate con la scadenza della concessione, senza poter sfruttare completamente il gas e petrolio nascosti sotto i fondali. Nulla sarebbe cambiato per le perforazioni su terra e quelle in mare oltre le 12 miglia, ne tantomeno sarebbero sorte variazioni per le nuove perforazioni oltre le 12 miglia già attualmente vietate.

Ad oggi, secondo il ministero dello Sviluppo economico, nei nostri mari ci sono 135 piattaforme, 92 delle quali sarebbero cadute sotto le grinfie del referendum. Quello che tutti si saranno domandati è quanto effettivamente le trivelle siano inquinanti e quanto sia pregnante il loro impatto ambientale. A rispondere in modo incalzante ci ha pensato il rapporto di Greenpeace pubblicato nel recente marzo.

La nota associazione ambientalista ha richiesto al Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (MATTM) di prendere visione dei dati relativi ai monitoraggi ambientali effettuati in prossimità delle piattaforme offshore presenti nei mari italiani. Delle oltre 130 piattaforme operanti in Italia, sono stati consegnati a Greenpeace i dati per il triennio 2012-2014 relativi a 34 impianti (tutti di proprietà di ENI) che scaricano direttamente in mare, o iniettano/re-iniettano in profondità, le acque di produzione. 

Ma andiamo con ordine. I monitoraggi sono realizzati da ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) con la committenza di ENI stessa. Tali monitoraggi prevedono analisi chimico-fisiche su campioni di acqua, sedimenti marini e mitilli (le comuni cozze) che crescono nei pressi delle piattaforme.Dal lavoro di sintesi e analisi svolto da Greenpeace il quadro che emerge è tutto anziché rassicurante. Laddove esistono limiti di legge per la concentrazione di inquinanti, questi sono spesso superati dai sedimenti circostanti le trivelle e analogamente, i tessuti dei mitilli sono intossicati di sostanze chimiche. I dati si ripetono pressoché costanti di anno in anno ma non risultano licenze ritirate, concessioni revocate o iniziative del Ministero dell’ambiente volte a intervenire sull’inquinamento e ripristinare la salubrità dei fondali. Insomma, a cosa servono questi monitoraggi se non prevedono sanzioni e impongono adeguamenti? 

In questa situazione ambientale critica si insinua anche il doppio ruolo ricoperto dall’ISPRA: da un lato l’istituto è esecutore per conto di ENI dei campionamenti, delle analisi chimico-fisiche previste dall’azione di monitoraggio e della stesura delle relazioni tecniche; dall’altro è (o almeno dovrebbe essere) ente super partes preposto alla valutazione degli esiti e risultati presentati nelle medesime relazioni, per conto del Ministero dell’Ambiente. In sostanza l’ISPRA valuta i piani di monitoraggio che essa stessa redige ed esegue per conto di ENI. Greenpeace continua scrivendo che non intende mettere in evidenza alcuna inadeguatezza formale bensì non può passare inosservato il fatto che l’organo istituzionale chiamato a vigilare sulla correttezza dei dati ambientali (e di conseguenza colui che dovrebbe tutelare il buon stato di salute del nostro ecosistema marino) operi su committenza di uno dei maggiori detentori di piattaforme offshore. 

Sulla questione trivelle non esita a dire la sua anche Legambiente. L’associazione si è espressa in maniera molto approfondita sia con un dossier dall’eloquente titolo “Sporco petrolio” sia con una proposta a base di energie rinnovabili. “Sporco petrolio” attacca duramente il settore petrolifero definendolo come il motore di un sistema fondato sullo sfruttamento indiscriminato di risorse naturali e pervaso da pratiche globali di corruzione e malaffare. Alle radici di queste tendenze corruttive vi è proprio “la sproporzione fra la forza contrattuale ed economica messa in campo dai singoli operatori economici titolari e/o gestori degli impianti e la debolezza politica ed economica dei territori dove insistono realmente le piattaforme estrattive”. E di debolezza politica l’Italia ne sa qualcosa. La stessa Legambiente però continua a gran voce con una proposta volta a definire una diversa cornice normativa che consenta lo sviluppo di innovazioni nelle forme di autoproduzione energetica da fonti rinnovabili. Tale proposta è impregnata di idee di cambiamento volte a modificare radicalmente il sistema energetico italiano dimostrando come l’autoproduzione possa apportare numerosi vantaggi in termini di riduzione dei consumi energetici, importazioni di fonti fossili ed emissioni inquinanti. 

Probabilmente, tra tutti i dati, quello più sconcertante resta comunque il 31,9% di partecipazione al voto. 

Ma forse solo “quando l’ultimo albero sarà stato abbattuto l’ultimo fiume avvelenato, l’ultimo pesce pescato, vi accorgerete che non si può mangiare il denaro” (Sioux, Capo indiano d’America).
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