mercoledì 2 dicembre 2015

Scritto da Chiara Crognoletti


Lunedì 30 novembre si è aperta a Parigi la XXI Conferenza delle Parti, dove i 195 paesi della Convenzione quadro delle Nazioni Unite contro i cambiamenti climatici (UNFCCC) cercheranno di raggiungere un accordo universale e vincolante per affrontare il cambiamento climatico e arrestare il riscaldamento globale. O meglio, cercare di contenerlo entro l’obiettivo prefissato di 2°C rispetto all’era pre-industriale. Un obiettivo che in realtà appare già irrealistico secondo gli esperti, e che ai livelli attuali di emissioni potrebbe essere già raggiunto nei prossimi 30 anni. Che il clima stia cambiando è ormai innegabile: ogni anno dell’ultimo decennio è risultato più caldo del precedente e il più caldo in assoluto dall’inizio delle registrazioni della NASA iniziate nel 1880. Se una cosa è certa, a proposito della conferenza di Parigi, è che i negazionisti del cambiamento climatico verranno messi all’angolo e si cercherà una soluzione più concreta rispetto a ciò che è stato fatto finora. Ma il come è ancora tutto da definire.

Per ora, 183 paesi hanno presentato i propri impegni per ridurre le emissioni di gas serra: si tratta di un significativo passo avanti, ma rispettandoli si raggiungerebbe comunque un aumento della temperatura di circa 3°C. La Conferenza ha quindi l’obiettivo di delineare un piano comune ed efficace, che verrebbe applicato a tutti i 195 paesi a partire dal 2020.

C’è da dire che finora le posizioni dei singoli paesi lasciano ben sperare: l’Europa, da tempo portavoce dell’emergenza ambientale, ma troppo piccola per cambiare le sorti del clima (producendo solo il 10% delle emissioni globali), è ora affiancata dagli Stati Uniti, grazie a Obama che definisce il vertice un potenziale punto di svolta. I paesi del Climate Vulnerable Forum (i più colpiti dal cambiamento climatico, dalle Filippine alle Maldive) formano ormai un blocco in grado di cambiare l’esito delle votazioni. Anche la Cina ha affermato il suo impegno a favore della Conferenza, mentre l’India da un lato favorisce l’energia solare e dall’altro sostiene la necessità di un maggiore impegno da parte dei paesi ricchi, secondo il principio della “responsabilità comune ma differenziata”.

I punti chiave riguarderanno in primo luogo la riduzione delle emissioni: da questo punto di vista, il futuro può risiedere nell’avanzamento tecnologico che renderebbe la produzione di energia rinnovabile meno costosa e più efficiente e permetterebbe di immagazzinarla per essere usata nei momenti di maggiore domanda. Non da meno, si deve affrontare la questione del finanziamento: già dal 2009 i paesi sviluppati si sono impegnati a versare 100 miliardi di dollari per sostenere lo sviluppo sostenibile nei paesi in via di sviluppo.

Non mancano però gli ostacoli all’accordo: innanzitutto, la ripartizione degli obblighi. I paesi emergenti sostengono che i paesi ricchi dovrebbero fare uno sforzo maggiore, per la responsabilità storica dell’attuale situazione e per non essere privati del diritto allo sviluppo; al contrario, i paesi sviluppati affermano che tale distinzione non può più essere applicata, visto che Cina e India sono rispettivamente primo e terzo inquinatore al mondo. C’è poi da definire come misurare gli impegni e gli obiettivi raggiunti dai singoli paesi.

La strada è ancora lunga, ma la Conferenza ha il merito di aver promosso gli impegni dei singoli stati e la cooperazione tra governi in materia di politiche ambientali. Il successo non è garantito, ma le premesse, finora, lasciano ben sperare.
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