lunedì 16 novembre 2015

Scritto da Valeria Procoli

Stando a Latouche la sola e unica via che abbiamo per evitare uno schianto certo è la decrescita. Nessun altra soluzione è contemplata: no allo sviluppo sostenibile, né tantomeno alla crescita zero. La prima, infatti, suona al filosofo come una vera e propria contraddizione mentre la seconda come una soluzione inefficace, in quanto comporterebbe tutte le implicazioni della crescita, privando però le persone dei vantaggi che da essa derivano. Il problema è dunque da combattere alla radice. Bisogna rimettere in discussione la religione della crescita che a partire dal secolo scorso è stata, ed ha continuato ad essere in maniera sempre più radicata, il nostro solo ed unico credo.

Ma per cosa? Fermandosi un attimo a riflettere sulla società odierna siamo talmente magnetizzati dal dio denaro e dalla continua impellenza della crescita da impostare la nostra vita proprio in questa ottica. Il risultato è una società sterile a tal punto che non riusciamo a trovare nessun appagamento se non quello di un miglioramento sotto il profilo economico, sia nella vita di tutti i giorni che in un’ottica più generale. In effetti, come suggerisce Latouche stesso, dopo la Seconda Guerra Mondiale si è diffusa la concezione generalizzata che lo sviluppo fosse la soluzione di tutti i problemi socio-economici presenti. Ma l’equazione sviluppo=efficienza=miglioramento in senso di allocazione più efficiente delle risorse e quindi delle ricchezze, oltre ad essere un po’ troppo semplicistica, è quanto più di sbagliato potesse essere concepito. Se è vero che lo sviluppo implica efficienza, è anche vero che essa non ci ha portato a fare un uso migliore delle risorse a nostra diposizione, bensì un suo uso maggiore. In tal modo è venuta meno l’allocazione efficiente tanto delle risorse quanto delle ricchezze perché queste ultime, disponibili in misura extra rispetto al necessario, sono state e continuano ad essere assorbite solo da una fetta della popolazione che consuma senza sosta per necessità che rispondono unicamente a logiche di mercato ma prescindono totalmente dai bisogni essenziali. Siamo dei veri e propri consumatori seriali; in virtù di tutto ciò di cui siamo abituati, continuiamo sulla nostra strada, consapevoli di avere comportamenti al limite del patologico ma incapaci di uscire da una condizione che ci porta a distruggere tutte ciò che ci sta intorno.


Dove ci porterà tutto questo? In molti sostengono, a ragione, che una crescita illimitata in un pianeta finito è di per sé una contraddizione. Basti considerare che stiamo assistendo ad una crescita demografica, accompagnata da un aumento della vita media a fronte di una progressiva diminuzione delle risorse, per capire che ci troviamo all’interno di un meccanismo che inevitabilmente si dirige verso il collasso. Siamo in un sistema che si regge in piedi solo in virtù della crescita e che a causa della stessa si evolve giorno dopo giorno, complicandosi e di conseguenza assoggettandoci ad esso sempre di più, tanto da costringerci a dimenticare tutto il resto, salute nostra e del pianeta in primis. È una questione di priorità e forse quelle che ci siamo dati, o che ci siamo trovati costretti a doverci dare, non sono quelle più giuste. Il problema vero è che non riusciamo a guardare a più di un palmo dal nostro naso, rimandiamo sempre confidando che la scienza troverà la soluzione a tutti i danni che facciamo all’ambiente, tanto impegnati come siamo a correre dietro ai fronzoli della vita di tutti i giorni, completamente incuranti di tutto ciò che non concorre ad aumentare i comfort del quotidiano.

Quella vera e propria inversione di tendenza chiamata decrescita sarebbe dunque, probabilmente, l’unica soluzione davvero efficace. Tuttavia bisogna considerare le concrete difficoltà di realizzazione una teoria che, ora come ora, rimane piuttosto astratta e difficilmente concretizzabile: nessuno, o quasi, si direbbe pronto a tradurla in fatti. Forse il nostro è un punto di non ritorno. Nonostante ciò, visto e considerato che l’ipotesi di una decrescita (per quanto perfettamente condivisibile) si collochi quasi sul piano dell’utopia, anziché continuare a guardare inermi il pianeta che va alla deriva, lavorare su una crescita sostenibile sembra la migliore soluzione. Forse questo non significherà risolvere il problema ma potrebbe essere un punto di partenza per rispondere all’esigenza (che fingiamo di non vedere) di fermare l’usurpazione di tutto ciò che ci circonda e su cui ci arroghiamo ogni singolo diritto, sebbene non ce ne appartenga neanche uno.
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3 commenti :

  1. Con riferimento ala considerazione nell'articolo sopra pubblicato.
    "Quella vera e propria inversione di tendenza chiamata decrescita sarebbe dunque, probabilmente, l’unica soluzione davvero efficace. Tuttavia bisogna considerare le concrete difficoltà di realizzazione una teoria che, ora come ora, rimane piuttosto astratta e difficilmente concretizzabile: nessuno, o quasi, si direbbe pronto a tradurla in fatti. Forse il nostro è un punto di non ritorno."
    Mi fa pensare che forse se , a livello globale, si accettasse una vera decrescita e le risorse disponibili venissero usate esclusivamente per fare ricerca con il max impegno da parte di tutti i paesi più avanzati, per poter evadere dal pianeta terra e trovare alternative nell'universo, allora si potrebbe crescere senza problemi evitando che le risorse finiscono e si ritorni a vivere nelle caverne.

    Forse questo non significherà risolvere il problema ma potrebbe essere un punto di partenza per rispondere all’esigenza (che fingiamo di non vedere) di fermare l’usurpazione di tutto ciò che ci circonda e su cui ci arroghiamo ogni singolo diritto, sebbene non ce ne appartenga neanche uno.

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  2. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  3. Potrebbe essere un ipotesi ma si avrebbe una vera e propria antitesi rispetto alla decrescita. Significherebbe infatti non solo non farci bastare le nostre risorse, ma arrogarci il diritto anche di quelle risorse che non abbiamo qui. Sarebbe dunque un ulteriore limite oltre cui ci spingeremmo nella nostra corsa al "di più" illimitato. La proposta della decrescita è, al contrario, un invito a farci bastare quello di cui siamo in possesso e a cercare l'appagamento in altre attività umane (come l'arte, etc..) che prescindono dalla nostra fittizia esigenza di accumulare e crescere in senso materiale (motivo per cui Latouche accompagna al temine "decrescita" l'aggettivo "felice").

    Per approfondire consiglio il libro di Latouche "La scommessa della decrescita" che spiega nel dettaglio tutto questo.

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