venerdì 27 novembre 2015

Scritto da Laura Subinaghi

Lo sapevi che ogni anno oltre 2 milioni di bambini non arrivano a festeggiare il quinto anno d'età a causa della polmonite e della diarrea? Sai che la maggior parte di queste malattie potrebbe essere evitata con il semplice gesto di lavarsi le mani con il sapone? Un gesto che per noi può sembrare semplicissimo, quasi automatico, può decretare la morte di un bambino.

Come fare per evitare tutto ciò? Questa è la domanda che si devono essere fatti i manager del colosso anglosassone Unilever quando hanno deciso di collaborare con l'associazione PSI, che da oltre 40 anni opera nei paesi in via di sviluppo per migliorare le condizioni di salute dei bambini e delle loro famiglie, per insegnare ai bambini l'abitudine di lavarsi le mani in determinati momenti della giornata utilizzando i saponi Lifebuoy, prodotti da Unilever. La speranza dietro questa campagna è che il milione di bambini già raggiunto trasmetta la buona pratica alla famiglia e che perpetui nel tempo il lavaggio delle mani.

Ricapitolando: Unilever vende questi saponi igienizzanti (il cui obiettivo, da unilever.com, è: "changing the hygiene behaviour of 1 Billion consumers across Asia, Africa and Latin America, by promoting the benefits of handwashing with soap at key occasions, thereby helping to reduce respiratory infections and diarrhoeal disease, the world’s two biggest causes of child mortality") nei paesi in via di sviluppo, promuovendoli, partendo dai bambini, attraverso un'associazione autorevole e ben radicata.

Indubbiamente l'iniziativa dell'insegnare ai bambini a lavarsi le mani più spesso è meritevole ma c'è una domanda che può sorgere spontanea: non è che questi bambini siano in un certo senso "usati" in modo che facciano comprare ai genitori determinati prodotti e che si affezionino già da piccoli a uno specifico brand?  I bambini sono vulnerabili e vedono nei maestri o nei volontari appartenenti alle associazioni figure da rispettare e di cui si fidano ciecamente; è quindi ovvio che seguiranno tutto quello che gli viene detto senza criticare e senza di conseguenza avere "protezioni" dall'influenza delle multinazionali (per cui saranno portati a rimanere consumatori a vita, anche se sul mercato dovesse entrare un produttore di saponi o di altri prodotti molto più conveniente).

Ma potrebbe essere proprio questo l’obiettivo di Unilever? Decisamente no, visto che stiamo parlando di una delle società che più al mondo si spende per la salvaguardia dell’ambiente, l’utilizzo di materie prime sostenibili, l’attenzione dei lavoratori lungo le filiere produttive dei suoi prodotti e giusto quest’anno è stata proclamata la società più sostenibile di tutte, secondo il parere di 816 esperti di sostenibilità (come riportato all’interno dello studio 2015 del think tank SustainAbility, intitolato “Sustainablilty Leaders Report”). 

Nel caso di Unilever, dunque, l’attenzione alla sostenibilità è sicuramente centrale. Questo suggerisce che molto probabilmente le campagne portate avanti dalla multinazionale non rispondano solamente a semplici esigenze di marketing, ma siano il riflesso di un impegno concreto. Per non parlare del fatto che potrebbe a breve far parte delle “b corporations”, cioè quelle società che vengono certificate dalla ong B Lab,  la quale riconosce e “premia” chi promuove “social and environmental benefits beyond the financial bottom line”.


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