martedì 27 ottobre 2015

Scritto da Riccardo Bellini

Nell’ultimo anno il prezzo del petrolio è quasi dimezzato (il Brent, ovvero il benchmark più scambiato, è sceso dagli 87 dollari al barile dell’ottobre 2014 fino ai 48 dollari del 23 ottobre 2015, segnando un minimo di 42,5 dollari appena due mesi fa). Puro ossigeno per le asfittiche economie europee, ulteriore volano per gli energivori emergenti. Certamente il calo delle aspettative di crescita di quest’ultimi paesi, il cui tasso di sviluppo influenza fortemente il prezzo delle commodities, ha avuto un certo ruolo in questa caduta. Un certo ruolo, appunto, che non spiega neanche lontanamente il crollo verticale che ha subito quello che fino all’inizio degli anni 2000 poteva essere considerato il termometro delle febbri militari in Medio Oriente. Oggi, invece, il prezzo del petrolio è l’arbitro di una partita a poker, o forse a scacchi, tra gli USA e l’OPEC (il cartello dei maggiori paesi produttori), e il campionato si chiama shale oil league. 

Questa particolare tecnologia, che tanto successo sta avendo in Nord America, ha portato i livelli di produzione statunitensi a dei picchi di ben oltre 9 milioni di barili al giorno, neanche sognabili fino a qualche anno fa. Da una parte è dunque crollata la dipendenza dall’estero degli USA, dall’altra la brusca frenata della Cina ha comportato un calo nelle proiezioni di fabbisogno dell’altro peso massimo di importazioni di petrolio. Ecco spiegato un lato del surplus di offerta e del deficit di domanda. Fino a qua tutto appare piuttosto lineare, ma chiaramente questi fattori non spiegano la portata dello smottamento. E’ qui che entra in gioco l’OPEC che, contro ogni previsione, all’accelerata tecnologica dello shale oil e all’aumento di produzione statunitense non ha risposto tagliando l’offerta per sostenere i prezzi, ma anzi accelerandola per mettere fuori mercato molti produttori statunitensi di shale oil che sono caratterizzati da un break-even point anche oltre i 90 dollari al barile. 
La strategia perseguita dal consorzio è risultata per ora efficace nell’intento a breve termine, in quanto la tecnologia shale oil, rispetto all’estrazione tradizionale, prevede minori costi fissi iniziali e maggiori costi variabili lungo la vita dei pozzi, vita peraltro molto più breve rispetto ai pozzi convenzionali. Questi due fattori, oltre alle minori dimensioni dei pozzi e alla conseguente frammentazione e minore dimensione dei produttori, sta portando effettivamente ad una frenata della locomotiva USA. 
Ma a che prezzo? E soprattutto, quanto può durare? Il prezzo pagato dal cartello è stato un’emorragia nei conti pubblici dei paesi esportatori con costi di produzione medi più alti, su tutti il Venezuela (sull’orlo del fallimento), ma anche Iraq, Algeria o Nigeria. La pressione che queste nazioni stanno esercitando per un cambio di strategia aumenta sempre di più, e la stessa Arabia Saudita, che pure è la più solida, avrà dovuto subire un deficit di bilancio al 20% del Pil a fine 2015. D’altro canto, il governo americano non può stare a guardare, e potrebbe intervenire rivedendo ulteriormente le politiche di incentivazione, per quanto i conti pubblici non permettano tutta questa libertà di manovra, ma in fondo si tratta di scelte e volontà, consapevoli del contenuto geopolitico che permea il settore. 


In definitiva, le decisioni che si prenderanno dipenderanno dallo sguardo che si vuole dare all’orizzonte, o almeno al medio termine. E questo sguardo verrà dalle prospettive di una tecnologia recente e su cui gravano previsioni molto discordanti tra loro. Stiamo parlando della fratturazione di argilla bituminosa e di altre rocce da cui si ricava il cosiddetto scisto bituminoso, a sua volta processato (ad esempio tramite pirolisi o dissoluzione termica) per ricavarne un petrolio alternativo (in genere da arricchire per essere adatto alla maggior parte degli usi). Nell’estrazione di questa componente organica, tuttavia, si perde circa il 70% della risorsa comportando un alto tasso di depauperamento ambientale, e questo innesca un circolo vizioso poiché spinge ad un’accelerazione di nuove perforazioni in nuovi pozzi. Effetti più dubbi riguardano l’inquinamento delle falde acquifere, in quanto durante la fratturazione idraulica si pompa acqua arricchita (e inquinante) che teoricamente dovrebbe rimanere al livello del punto di perforazione ma c’è il rischio che in molti casi sia più conveniente farla refluire nelle soprastanti falde. Stesso dicasi delle emissioni che si generano durante l’estrazione liberando piccole quantità di gas metano: non esistono ancora studi che comparino questo quantum con estrazioni convenzionali di gas, petrolio o carbone mancando dati storici. 
Tutto si riduce alle previsioni sull’evoluzione tecnologica in termini di costi di perforazione, estrazione, resa e impatto ambientale, e alle stime sull’estensione dei giacimenti. Gli studi più prudenziali ci dicono che il picco di produzione avverrà intorno al 2020 per poi ritracciare, facendo tornare gli Stati Uniti fortemente dipendenti dalle importazioni. Quelli più ottimistici prevedono un futuro dalle mille risorse (o forse sarebbe meglio dire riserve) e un affrancamento della tecnologia che porterebbe ad una piena indipendenza degli USA e di tutti quegli altri paesi che scoprissero e sfruttassero i propri giacimenti. Quindi più che di un bluff nella partita di quest'anno o l’anno prossimo, si dovrebbe parlare di una scommessa sui prossimi dieci o venti anni, o forse ancora meglio di un lancio di una monetina. 
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