mercoledì 21 ottobre 2015

Scritto da Valeria Procoli,

Come è potuto accadere? Volkswagen simbolo dell’industria solida e, soprattutto, icona del paese che nell’immaginario collettivo è emblema di buona economia, senso civico e rispetto delle regole, è ora indagata per una truffa, a dir poco, colossale. La spiegazione non è così difficile da individuare: quando di mezzo ci sono ragioni economiche non esiste casa automobilistica X o paese Y che tengano; ci ritroviamo tutti sullo stesso piano, mossi dall’obiettivo comune del profitto. Triste verità, soprattutto quando di mezzo c’è la sfida del nostro secolo: la salvaguardia dell’ambiente, gravemente danneggiato dalla passata smania del profitto e sul quale continuiamo ad infierire anche se consapevoli delle terribili conseguenze. 

Ciò che dovrebbe far più riflettere di questa vicenda, tralasciando numeri e stime, è la palese contraddizione tra i valori che l’azienda ha sempre affermato di abbracciare e quella che invece è ed è stata la realtà. C’è molto di più oltre al fatto di aver infranto una regolamentazione sulle emissioni; perché la Volkswagen si è per anni ritratta come l’azienda sostenibile per eccellenza, affermando addirittura nel proprio Sustainability Report del 2014 di ambire a diventare la casa automobilistica più sostenibile al mondo entro il 2018. Facile avere tanto grandi ambizioni, se si sta barando. Ma non è questo il punto; bensì il fatto che tutta questa questione è la dimostrazione di come la tanto millantata tutela dell’ambiente, protagonista di ogni campagna pubblicitaria dell’azienda, sia stata per anni solo un’ottima trovata di marketing.  
 
L’impresa rispettosa delle regole, dell’ambiente, della tutela del lavoro piace sempre di più al cliente perché dà un senso di sicurezza. Se nel nostro immaginario un’azienda incarna i valori che riteniamo essere giusti, nel momento in cui acquistiamo abbiamo la sensazione di star facendo del bene alla società attraverso il suo rispetto delle regole, e ad ambiente e lavoratori dei paesi in via di sviluppo grazie alla sua sostenibilità. La cosa raccapricciante è che non interessa a nessuno cosa ci sia dietro; né al consumatore, né tanto meno a chi vende. L’importante è trovare un punto di incontro, qualsiasi esso sia. Tutto ciò è semplicemente perché, in fin dei conti, alle aziende interessa quasi sempre solo il profitto e a noi basta sentirci in pace con la coscienza. 
 


È sufficiente guardare l’evoluzione dello scandalo per averne la lampante dimostrazione. Il punto forte delle pubblicità di Volkswagen sono sempre state le buone prestazioni delle auto nonostante i bassi consumi e, dunque, le basse emissioni. Ma dopo lo scandalo di Settembre quali sono state le maggiori preoccupazioni? Niente di più che il prezzo delle azioni, il nome di Volkswagen, l’immagine della Germania. E l’impatto ambientale? Quello era solo questione di marketing; quasi nessuno, dai clienti, alla stampa, alla stessa casa automobilistica, se ne è neppure vagamente ricordato.
 

Nella sezione dedicata alla CSR del sito web di Volkswagen, poco dopo che la questione è finita sulle prime pagine dei quotidiani di tutto il mondo, è comparso un avviso a dir poco grottesco. Berthold Huber (Deputy Chairman of the Supervisory Board) si  scusa e chiede a clienti, autorità ed investitori l’opportunità di porre rimedio alla situazione. Ma indovinate per cosa? Niente più che per il disastro morale e politico. Ancora una volta la questione ambientale è semplicemente il ripiego da tirare fuori quando fa comodo e da lasciare nel cassetto quando invece non serve a far presa sul pubblico. Il che potrebbe anche passare inosservato, se solo non fosse che in questa vicenda è proprio il nocciolo della questione, perché questo “scherzetto” ha significato l’emissione nell’atmosfera di tonnellate di gas inquinanti extra rispetto a quelli consentiti, che di sicuro non hanno affatto giovato all’effetto serra. Quasi tutti, però, sembrano non accorgersene, perché ora recuperare la rispettosa immagine di Volkswagen è la priorità e, ancora una volta, lo si sta facendo con tante belle parole ma senza mai andare oltre la superficie, senza mai concretizzare quello che sta sotto alle promesse. Perché è a questo che le aziende troppo spesso associano la parola “sostenibilità”; a una bella favola da raccontare per comprarsi la fiducia dei consumatori e non, invece, ad un valore condiviso con essi.  

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