lunedì 4 maggio 2015

Scritto da Valentina Tringali

Il futuro della moda non può che essere eco. 
Sempre più frequenti sono  le iniziative a favore  della produzione di vestiti e accessori biodegradabili o costituiti ,anche solo in parte, da materiali in grado di decomporsi in sostanze naturali.
Il fenomeno del sustainable fashion sembra additare tutti coloro che si ostinano a vivere nella noncuranza delle risorse ambientali e nella totale ignoranza delle conseguenze che si celano dietro la scelta di un capo di cotone o poliestere.
Il cotone, per crescere, necessità di grandi quantità d’acqua, così come la produzione di poliestere attinge a risorse di olio e gas che, ad oggi, risultano in declino.
Il nuovo volto della moda propone materiali meno dannosi da produrre, fonti di un minor tasso di inquinamento per l’ambiente.
Cosa scegliere allora, se il cotone viene bandito? Bamboo, canapa e ortiche sono le risposte; tali materiali sembrano essere veloci nel crescere e ,soprattutto, facilmente rinnovabili.
Tantissimi i brand che non hanno perso tempo nel “dire sì” alla moda sostenibile. Già nel 2011 Gucci aveva iniziato a produrre occhiali da sole e calzature realizzati con plastica biodegradabile, fino a giungere, oggi, a tacchi in ecopelle e montature create con olio di ricino. 
Nike e Adidas da qualche anno utilizzano tinture senz’acqua nei loro prodotti,  così come H&M, che sta man mano estendendo l’utilizzo di cotone riciclato in prodotti come le maglie. Levi’s, non da meno, ha realizzato 100.000 paia di jeans usando il 100% di acqua riciclata.
Un vero “passa-parola” per i maggiori brand nel mercato tessile; c’è chi ha puntato anche su idee più estreme, come Puma, capace di produrre T-shirt che possono essere fatte a pezzi e sepolte nel terreno come fertilizzanti.
Un unico grande ostacolo sembra porsi davanti all’ascesa della sustainable fashion: la sostenibilità potrebbe essere sinonimo di “beige ugly fashion”?
Proprio questo è stato l’oggetto della London Fashion Week 2014: dare un’immagine diversa, meno grigia, alla moda sostenibile; mutare i pregiudizi e alimentare la curiosità. “Just don’t call it eco” recitava lo slogan londinese.
A muoversi in questa direzione sono Livia Firth e Stella McCartney, che da mesi si stanno impegnando per  rendere più trendy tutti quei brand sostenibili che mancano del potere di marketing di cui godono le marche di lusso. 
Nemmeno le piccole aziende sembrano tirarsi indietro in questa campagna ecologica, proponendo tessuti lavorati con alghe e materiali esclusivamente biodegradabili; i benefici di tale utilizzo sono molto più grandi di quanto sembri: rendere fertile il terreno aiuta la crescita di nuovi materiali e di conseguenza l’intera economia, a differenza dell’impiego del cotone, materiale che necessita di lungo tempo per decomporsi.
Non sembrano esserci controindicazioni; la moda sostenibile allarga il range dei suoi sostenitori con un successo dopo l’altro e appare allora plausibile l’ipotesi che vede la maggior parte di noi, fra dieci anni, indossare capi 100% bamboo.



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