domenica 21 dicembre 2014

scritto da Maria Carolina de Vera

Secondo i dati presentati nel 2013 dal WWF, l’approvvigionamento di olio di palma certificato , proveniente da piantagioni controllate, è pari a 8 milioni di tonnellate e rappresenta appena il 15% della produzione totale di olio di palma (valore che riporta però una crescita del 5% rispetto al 2011). 
Sarebbe forse inutile parlare dell'olio di palma se non ci fosse un problema globale. Quello che succede oggi, e che riguarda questo ingrediente oramai presente in moltissimi prodotti che compriamo tutti i giorni al supermercato, è che la sua produzione ha un impatto molto forte sul territorio dove si decide di coltivare le palme da olio. Le maggiori associazioni ambientaliste è da anni che si battono per far sì che le società che lo usano si rivolgano a chi lo produce in maniera sostenibile.

Ma partiamo con ordine. 
Che cos'è l'olio di palma? L’olio di palma è un olio non particolarmente costoso, di alta versatilità nell’uso, con una buona resa e con un’origine soprattutto indonesiana e malese (pari all’86% della produzione). E’ presente in prodotti come margarina, biscotti, pane, cereali della prima colazione, shampoo, lucidalabbra, dolci, detergenti, cioccolato e gelato. E’ stato stimato che è presente in circa la metà dei prodotti confezionati. In più, è l’olio vegetale più commercializzato al mondo, quello che rappresenta il 65% delle transazioni annue internazionali (valore che tra l’altro è atteso in aumento dal 2020, vista la crescita attesa della popolazione mondiale). 


Nonostante però sia un olio vegetale, non presenta quelle caratteristiche che associamo tipicamente ad un prodotto con un origine del genere (cioè pochi grassi saturi e bassa capacità di alzare il livello del colesterolo “cattivo” (LDL) nel sangue). Questo infatti non è proprio il caso dell’olio di palma, visto che a seguito del processo di raffinazione presenta un alto valore di acidi grassi saturi o trans-idrogenati.
Le piantagioni di quest’olio hanno bisogno di temperature tropicali e quindi vengono sostituite alle foreste tropicali, causando quegli effetti sull’ambiente che è facile immaginare quando si parla di disboscamento. Specie come il rinoceronte, l’elefante pigmeo, la tigre e migliaia di invertebrati e piante hanno visto scomparire il loro habitat, con una perdita che in Indonesia, Malesia e Papua Guinea è stata pari a 3,5 milioni di ettari tra il 1990 e il 2010. 
L’animale però che forse soffre più di tutti è l’orango, diventato in questi ultimi anni il simbolo della lotta all’espansione delle piantagioni. A testimonianza della sua condizione è esemplare “Green – The film” che potete trovare cliccando qui 
Come ulteriore testimonianza della bellezza delle foreste tropicali e della vita che racchiudono riporto la toccante descrizione di in un viaggio in Borneo di Fabrizio Bulgarini, che a ottobre 2011 raccontava ai sostenitori del WWF quanto segue:
“Appena tornato dal viaggio in Borneo, uno dei luoghi selvaggi del Pianeta, le sensazioni sono ancora forti e contrastanti. Forse perché è veramente uno dei luoghi della terra che suscita stordimento per l’enorme valore reale di biodiversità che ospita e d’altra parte ha un grande fascino alimentato anche dai racconti di Salgari, che tutti noi abbiamo letto da giovani. 
In effetti le immagini, che ho ancora negl’occhi, della foresta pluviale sono straordinarie: alberi di 60 metri, insetti stecco di 50 centimetri, oranghi che si spostano nella volta della foresta con il caratteristico andamento dondolante, buceri dall’enorme becco che si ingozzano di bacche e scimmie nasiche che si alimentano tra le mangrovie.[ ……] Tanta biodiversità è purtroppo anche molto minacciata e nel mio cuore c’è ancora sgomento per le migliaia di ettari di foresta oramai persi, distrutti e sostituiti con le terribili piantagioni di palma da olio che ho visto. Chilometri e chilometri di foresta che non c’è più. Al suo posto sterili distese di palme che, al massimo, ospitano fino a 9 specie di uccelli, quando una foresta primaria arriva a 1.200 specie vegetali e 200 specie ornitiche!”

La domanda spontanea che potremmo farci a questo punto è: "ma come facciamo ad invertire questo trend?"
A livello internazionale ci sono gruppi che si sono impegnati a rifornirsi in maniera sostenibile, e tra questi figurano imprese come Unilever, IKEA, Findus, L’Oreal e Body Shop. Sono tutti gruppi che seguono le indicazioni di RSPO, la Roundtable on Sustainable Palm Oil, la quale dà indicazioni precise sui comportamenti da seguire nel rifornimento di olio di palma. Chi già produce usando al 100% olio di palma sostenibile sono le società della tabella sottostante:
Per noi consumatori finali i consigli sono invece i seguenti:
1) Acquistare da aziende che hanno assunto l’impegno di utilizzare olio di palma sostenibile
2) Cercare il marchio RSPO sui prodotti
3) Chiedere ai rivenditori i prodotti con olio di palma certificato
4) Contattare le associazioni che si battono per questo (tipo il WWF) per scoprirne di più o dare una mano.
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