venerdì 24 marzo 2017

Scritto da Andrea Ballor


Dietro al bancone del The Daily di New York, potete trovare Iain Griffiths intento a shakerarvi un “Green” Sour: Ford Gin, una fetta di cetriolo, uovo, bitter all’arancia, sale marino, lamponi, ghiaccio tritato e mezzo limone già sbucciato. Tutto ciò che rimarrà sarà il guscio dell’uovo.

Vi presentiamo il cocktail (quasi) zero sprechi.
Non resta alcun cubetto di ghiaccio nel lavandino. Le bucce del limone vengono usate per le guarnizioni o per intensificare il gusto degli sciroppi. Addirittura la bottiglia di gin viene lavorata per riutilizzarla; tolta l’etichetta ed incise delle tacche sul bordo, ecco che rinasce sotto forma di misurino.
“La sostenibilità non è sexy. È una sfida” sostiene Griffiths, “Questo è un business sorretto da chi ha cattive abitudini e piace star fuori fino a tardi. Non serve moderazione o un’accurata pianificazione per vendere alcol. Essere “altruisti” è sicuramente una gran cosa, specialmente quando ti porta pure a risparmiare su acqua, energia e materie prime.”
L’idea nasce al White Lyan di Londra, dove Griffith lavora come business development manager con il titolare Ryan Chetiyawardana, che si è fatto un nome aprendo diversi bar dall’animo innovativo, tutti focalizzati sulla sostenibilità ambientale.
Quando Chtiyawardana lavorava in altri bar, prima di mettersi in proprio, vedeva interi sacchi pieni di limoni, spremuti del loro succo e buttati via. A sua detta uno spreco insostenibile. Il White Lyan è noto per non utilizzare né ghiaccio, preferendo refrigerare i bicchieri o i drink stessi prima di servirli, né tanto meno limoni, utilizzando una soluzione con acido citrico che ama definire “tornado al limone”. Inoltre non utilizza alcolici d’importazione, anzi, per minimizzare l’impatto ambientale, ha deciso di produrseli in casa. 
In una settimana, il White Lyan produce un solo sacco di rifiuti.

Trovare il modo di bilanciare qualità del servizio e sostenibilità, è la moderna sfida della ristorazione. Nei bar si rimane spesso impressionati dalla velocità con cui lavorano. Eco, al contrario, è spesso sinonimo di “lentezza”. Griffiths e Chetiywardana sono dei pionieri in questo senso. Ma proviamo a immaginare l’entità di tale cambiamento in atto nel mondo dei cocktail bar.
Più cocktail preconfezionati ed imbottigliati; meno drink shakerati al momento. Un minore utilizzo del ghiaccio sarà il cambiamento più visibile. Ad oggi, ogni cocktail viene shakerato con ghiaccio tritato e servito poi in un bicchiere pieno di ghiaccio in pezzi per la presentazione (fatta eccezione ovviamente per i drink in cui il ghiaccio non ci va). Il consumo finale si stima attorno ai 2 litri d’acqua a cocktail. I drink preconfezionati potrebbero essere tenuti al fresco e serviti direttamente ghiacciati, fornendo una valida soluzione al problema.
Meno bicchieri da Martini. Bicchieri più lunghi e stretti, come il Collins, massimizzano lo spazio nella lavastoviglie, minimizzando i consumi d’acqua. (Anche se va detto, i bicchieri da martini non vanno più da un pezzo).

Gli “ombrellini” hanno le ore contate. Zero sprechi vuole anche dire zero eccessi. Questo implicherà anche che i baristi inizino ad usare cucchiai si metallo per assaggiare, al posto delle solite cannucce nere che puntualmente vengono gettate via ad ogni nuovo ordine. 
Più drink con ingredienti “riciclati”. Non c’è niente di meglio degli scarti. Se con le foglie della menta faremo il mohito, con i gambi macerati potremo creare incredibili spiriti alla menta; se i limoni verranno spremuti per il succo, con la buccia grattugiata potremo insaporire gli sciroppi e altri cocktail, o semplicemente usarla come guarnizione.
È difficile tuttavia, quantificare quanto un bar potrebbe risparmiare adottando tali strategie. Sicuramente pagherebbe bollette più leggere per acqua ed energia. Inoltre preparare prima i cocktail porterebbe ad un uso più efficiente delle risorse, in termini di quantità e di velocità del servizio. Nulla è semplice. Gli ‘zero-waste’ bar sono ancora un miraggio per certi versi, e impiegheranno del tempo per affermarsi e perfezionarsi (ad esempio non usando ghiaccio per risparmiare sull’acqua, si potrebbe spendere di più in elettricità per refrigerare i drink).

Ma allora, è davvero ipotizzabile un bar a zero sprechi?
Secondo Griffiths no, ma rimane una speranza. Anche il White Lyan, che ha ridotto gli sprechi del 75% rispetto ai normali bar, butta via un sacco di spazzatura a settimana. Sostenibilità non vuol dire o tutto, o niente. È un processo. “Dovremo continuare a puntare allo zero, anche nel caso in cui si riesca ad arrivare solo al 20 o 30 per cento e non al 100%. C’è ancora molta strada da fare prima di giungere ad una società ad impatto zero. Ma quanto meno bisogna provarci!”

mercoledì 22 marzo 2017

Scritto da Valentina Tringali



Il World Water Day, la Giornata mondiale dell’acqua, che ricorre ogni anno il 22 marzo, è un’iniziativa istituita dalle Nazioni Unite nel 1992, per sensibilizzare e per promuovere azioni concrete per la tutela delle risorse idriche.
Il tema proposto per quest’anno è quello del waste water: oggi, 1,8 miliardi di persone utilizzano una fonte di acqua contaminata ponendosi a rischio di contrarre il colera, la dissenteria, il tifo e la poliomielite. A livello globale, la stragrande maggioranza di tutte le acque reflue dalle nostre case,città e industrie rifluiscono alla natura senza essere trattate o riutilizzate. Ciò comporta non solo alti livelli di inquinamento ambientale, ma anche la perdita di preziose sostanze nutritive e molteplici materiali recuperabili. E' necessario, quindi, focalizzarsi sul riciclo dell'acqua e su un suo riutilizzo sicuro.In Italia per il World Water Day sono molte le iniziative organizzate dalle aziende, i cui eventi interessano direttamente i cittadini.
L’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS) quest’anno ha deciso di promuovere alcune iniziative di educazione ambientale. Il 22 e il 24 marzo si terranno quindi laboratori didattici per la salvaguardia dell’oro blu e la sostenibilità del territorio al Centro visite Gradina Doberdò del Lago (GO) e al Parco delle Fonti di Torrate di Chions (PN). Gli incontri vogliono fare il punto su quali strategie possano contribuire a una migliore gestione idrica e alla sostenibilità ambientale nel nostro territorio.

Per proteggere gli ambienti marini è fondamentale anche utilizzare prodotti detergenti naturali e che rispettino l’ambiente. Per questo motivo, l’italiana Witt propone, in occasione del World Water Day, una gamma di prodotti naturali per la cura della casa. Witt formula i suoi detergenti con tensioattivi vegetali derivati da cocco, mais, palma, sapone naturale; utilizza profumi a base di oli essenziali e propone candeggianti a base di ossigeno.

Tuttavia, uno dei problemi attuali che con alte probabilità peggioreranno nel prossimo futuro è quello della disponibilità di acqua potabile in tutte le aree del mondo. Per questo una startup italo-svizzera, Seas – Société de l’Eau Aérienne Suisse – ha brevettato una soluzione concreta alla crisi delle risorse idriche: la sua tecnologia permette infatti di produrre acqua potabile filtrando l’umidità presente nell’atmosfera. L’acqua prodotta da Seas si può anche arricchire di sali minerali per utilizzo alimentare, ma può anche essere destinata a uso agricolo (serre e allevamenti), oppure distillata per uso farmaceutico, ospedaliero, industriale. I diversi moduli permettono di produrre da 2.500 a 10.000 litri di acqua al giorno, moltiplicabili fino a centinaia di metri cubi, mantenendo l’acqua in ricircolo costante, a temperature corrette e con la garanzia di una costante e continua sanificazione.

In questo panorama di iniziative si colloca, tuttavia, il rapporto dell'Unicef pubblicato in occasione del World Water Day. Il cambiamento climatico sta intensificando i rischi per un bambino su quattro di vivere entro il 2040 in aree con risorse idriche estremamente limitate. Nel giro di due decenni, 600 milioni di bambini vivranno in regioni soggette ad un estremo stress idrico, con una grande quantità di concorrenza per l'offerta disponibile. L' Unicef prevede che più di 9 milioni di persone saranno senza acqua potabile quest'anno in Etiopia, e quasi 1,4 milioni di bambini affronteranno il rischio imminente di morte per malnutrizione acuta in Sud Sudan,Nigeria, Somalia e Yemen.


Un altro rapporto pubblicato oggi ha avvertito che l'Iran è attualmente alle prese con una crisi idrica senza precedenti: nei prossimi decenni la carenza idrica potrebbe trasformare vaste aree del Paese in aree inabitabili. L'erosione del suolo sta accelerando la distruzione dei campi di foresta in tutto il paese, contribuendo ad un forte aumento delle tempeste di polvere e dell'inquinamento atmosferico
Il rapporto delle Nazioni Unite afferma che 36 paesi si trovano ad affrontare livelli estremamente elevati di stress idrico, che si verifica quando la domanda supera di gran lunga le risorse disponibili. Le temperature più calde, l'aumento del livello dei mari, l'aumento delle inondazioni, la siccità e il ghiaccio che si scioglie continuano ad influenzare la qualità e la disponibilità di acqua.
Tra tutti i paesi, da un sondaggio annuale del WaterAid è emerso che l'India abbia il maggior numero di persone che vivono senza accesso all'acqua potabile: 63 milioni.

A dare speranza sono i piccoli progressi che si intravedono: più del 94% della popolazione rurale in Paraguay ora ha accesso ad acqua sicura, rispetto al 51,6% del 2000.
Ciò significa che non è possibile porre fine alla carenza idrica e alle morti infantili senza affrontare le minacce ambientali: il cambiamento climatico insensifica i rischi ed è inaccettabile rimanere a guardare.

venerdì 17 marzo 2017

Scritto da Matteo Giobbe


“We are not selling transportation, we are selling time”
Questa la mission di Hyperloop One, una delle compagnie che negli ultimi anni hanno rispolverato la tecnologia, ormai open source, Hyperloop.
Si, rispolverato. Risale infatti al 1799 l’idea di trasportare passeggeri e beni all’interno di tunnel di sezione circolare utilizzando la pressione atmosferica.La tecnologia odierna ha però permesso di sviluppare a pieno le potenzialità di questa visione, dando vita ad un sistema di trasporto ad altissime prestazioni che, grazie a motori elettrici lineari e compressori d’aria, spingono una capsula all’interno di tubi a bassa pressione. La levitazione della capsula causata dalla bassa pressione permette di eliminare quasi completamente il problema dell’attrito, garantendo un viaggio auspicabilmente veloce e silenzioso e più simile a quello di un aereo che a quello di un treno. I passeggeri si troverebbe dunque a “volare” su un cuscino d’aria a circa 1200 km/h, diminuendo drasticamente il tempo necessario per viaggiare dal punto A al punto B.
Secondo le infografiche rilasciate da Hyperloop One le 4 ore e 30 minuti necessarie per spostarsi da Melbourne a Sydney prendendo l’aereo si ridurrebbero a 55 minuti usando il sistema Hyperloop.

Nonostante il logo accattivante e l’attenzione mediatica ottenuta, Hyperloop One non è né l’unico né il pioniere di questo settore. Hyperloop Transportation Technologies (HTT) e TransPod sono gli altri attori che cercano di dare vita a questa visione.



Nonostante i progetti vengano portati avanti in parallelo, l’intenzione comune è quella di sviluppare un sistema totalmente alimentato da energie rinnovabili, integrando pannelli solari, sistemi eolici, freni a recupero di energia cinetica e geotermia. Il tutto limitando l’impatto ambientale grazie alla costruzione del tracciato in superficie, rendendo più agevole e veloce il processo di messa in opera.

È già iniziata la costruzione di alcuni tracciati sperimentali per il trasporto dei passeggeri. Hyperloop One ha recentemente rilasciato alcune foto del sito di sviluppo in Nevada (“DevLoop”), un tracciato lungo 500 metri ed dal diametro di 3.3, dove si spera possa aver luogo un primo public trial entro la prima metà dell’anno. Anche il team di HTT si era già attivato da tempo in questa direzione, ma a causa di problemi burocratici ha visto il progetto per il sito nella Quay Valley (California) slittare di parecchi mesi. 

Il ritardo del progetto in California ha permesso ad Hyperloop One di presentarsi ad oggi come l’unica compagnia a costruire un sistema Hyperloop funzionante, che si spera possa portare a risultati concreti nei prossimi mesi.

mercoledì 15 marzo 2017

Scritto da Camilla Mariani

Se riuscite a montare un mobile in modo rapido e veloce, perché non fare lo stesso con un orto “su misura”? 
Ikea e Space 10, un laboratorio di design di Copenaghen, hanno realizzato Growroom, una sfera da arredamento casalingo in cui far crescere frutta e verdura a chilometro zero. 
Questo “ecosistema fai da te” è riproducibile in gran parte delle case di oggi date le sue dimensioni abbordabili; siamo nell’ordine di 2,8 x 2,5 metri.
I due giovani architetti danesi (Mads Ulrik Husum e Sine Lindholm) ideatori di Growroom, hanno dato vita a questa geniale sfera verde con la speranza di vederla proliferare in ogni città del mondo. 
Sul sito di Space10, oltre ad essere disponibili e scaricabili tutte le istruzioni per la realizzazione, viene anche descritto l’obiettivo principale della sfera.
“Il cibo locale rappresenta una seria alternativa al modello di produzione globale. Riduce la distanza percorsa del cibo, il nostro impatto sull’ambiente ed educa i nostri figli sulla reale provenienza di ciò che mangiamo. Il risultato che arriva sul tavolo da pranzo è sorprendente. Possiamo produrre cibo della migliore qualità, più gustoso, molto più nutriente, fresco, organico e salutare.”



L’idea, del tutto rivoluzionaria rispetto ai nostri paradigmi di living, è a dir poco lungimirante. La sfida più grande per Space10 è stata l’ottimizzazione degli spazi, risorsa scarsa nell’ambiente urbano. Growroom è progettata per le città e, grazie alla sua “crescita verticale”, ha una ridotta space footprint. 
È ideata per dare un senso di benessere quotidiano, creando una piccola oasi personale. Permette alle persone di uscire dalla routine della vita quotidiana immergendosi totalmente nella natura. 
Con soli 17 steps avrete a disposizione il vostro angolo di paradiso personale. 
Una soluzione verde, alla portata di tutti, in grado di conciliare modularità, ecologia e alimentazione. Un vero e proprio manifesto di vita sostenibile.
Questo modello di agricoltura urbana molto facile da realizzare è fatto di ripiani di compensato sovrapposti che consentono agli ortaggi, alla frutta piuttosto che alle erbe aromatiche che preferite, di crescere rigogliosi e di ricevere la giusta quantità di acqua e luce. 
Il primo modello è stato esposto nel 2016 alla Chart Air Fair di Copenaghen. Ma atenzione, non è disponibile nei punti vendita Ikea, bensì, si tratta di un progetto open source. Chiunque ne voglia usufruire e in qualunque parte del mondo si trovi, dovrà collegarsi al sito aziendale e scaricare le istruzioni. Per gli amanti del bricolage, bastano 17 fogli di compensato, 500 viti, due martelli di gomma e una fresa. 
Al di là degli innumerevoli benefici per l’ambiente, vi è un rilevante abbattimento dei costi negli acquisti di cibo e, soprattutto, un conseguente regime alimentare più sano ed equilibrato. 


sabato 11 marzo 2017

Scritto da Noemi Muratore

“Don’t buy this jacket” è lo slogan di una pubblicità di “Patagonia”, un marchio d’abbigliamento leader nel segmento outdoor fondato nel 1973 a Ventura, in California, da Yvon Chouinard, un climber di fama internazionale che, come si legge tra le pagine del suo libro, “Let My People Go Surfing”, si definisce in affari solo per salvare la terra. Negli ultimi anni l’azienda è stata considerata tra le più sostenibili al mondo, non solo per quanto riguarda il rispetto dell’ambiente nei metodi di produzione, ma anche con riferimento all’offerta di condizioni di lavoro umane, orari flessibili, assistenza sanitaria e pagamenti dignitosi. 


La mission dell’azienda, fortemente ispirata allo stile di vita del fondatore, è quella di creare prodotti di alta qualità adottando una serie di misure eco-friendly. Tra queste la volontà di Patagonia di appoggiarsi a fabbriche e stabilimenti in grado di condividere quei valori di integrità e ambientalismo di cui si fa portatrice. Per questo nella scelta di uno stabilimento considera sia una serie di fattori qualitativi aziendali (tecnologie, know-how, ubicazione, prezzi, servizio clienti, puntualità nelle consegne) sia le performance socio-ambientali offerte ed è per questo che il team addetto alla responsabilità socio-ambientale (CSR) ha la facoltà di vietare la collaborazione con i nuovi stabilimenti che non soddisfano gli standard previsti.

 Inoltre, al fine di garantire al consumatore finale capi amici dell’ambiente, Patagonia si serve solo ed esclusivamente di materiali ecosostenibili come cotone organico, poliestere riciclato, nylon proveniente da fibre di scarti post-industriali e filati raccolti in aziende tessili o ancora lana ricavata dagli allevamenti di pecore gestiti in modo sostenibile nelle praterie della Patagonia e, infine, canapa e TENCEL, fibra ottenuta dalla polpa di alberi d'eucalipto. Ancor più sorprendente, soprattutto considerando che si tratta di un’azienda profit, è che i capi realizzati siano prodotti con l’obiettivo di durare per anni e che possano essere riparati, così da non doverne acquistare di nuovi. A tal proposito il marchio ha creato un programma, “Worn Wear”, che celebra le storie di alcuni personaggi attraverso gli indumenti che li accompagnano nelle loro avventure. E quando tali indumenti non possono più essere riparati, i capi Patagonia hanno comunque la possibilità di essere riciclati.

Di questo originale piano di CSR fanno parte anche donazioni ambientaliste e supporto agli attivisti. In particolare l’azienda devolve ogni anno l’1% dei propri profitti a piccoli gruppi locali, i quali spesso hanno uno staff di meno di cinque persone e sono gestiti interamente da volontari, ma che sono impegnati a cambiare concretamente le cose per salvaguardare il pianeta. Patagonia preferisce destinare sovvenzioni più modeste a centinaia di gruppi, piuttosto che devolvere ingenti somme per un limitato numero di cause, perché crede che quel denaro possa davvero fare la differenza; inoltre, non concepisce queste donazioni come beneficenza o filantropia nel senso più tradizionale del termine, ma crede che facciano parte del prezzo da pagare per fare business, quella che definiscono "Earth Tax", destinata a mitigare i danni ambientali che contribuiscono a provocare.

Incredibilmente Patagonia nel 2016 ha registrato ricavi per $7500000.

lunedì 6 marzo 2017

Written by Bianca Thiglia 


I first heard about Bhutan’s sustainability when its population planted 108000 trees to celebrate the birth of the firs son of the royal couple. I thought it was nice, not realizing that this was just a small implication of the country’s unique system.

Bhutan is seeking growth. It officially recognizes it needs it and fosters it. Only, not at the condition of growth undermining its culture and environment. For this reason, GNH (Gross National Happiness) is valued more than GDP. Economic growth positively influences GNH but it is just one side of it. And this evaluation method is increasingly being adopted by other countries, from France to China.

The safeguarding of its environment is one of the milestones of the Bhutanese metrics. 72% of the country is covered by pristine forest and the Constitution mandates that a minimum of 60% of national land shall remain under forest cover forever. Its natural lung makes Bhutan the only carbon-neutral country in the world.

But Bhutan is not just carbon-neutral, it is carbon negative. Its forests absorb three times what the country emits and the country exports renewable energy to foreigners, planning to offset through this more than the annual New York emissions by 2020. The government also provides free electricity to rural households to decrease the need for firewood.

This environmental richness turns the country in one of the last remaining biodiversity hotspots. Paradoxically, Bhutan is greatly suffering from climate change, something it has never contributed to. Global warming is melting its glaciers, leading to disrupting floods. To voice its commitment to tackle these issues, the country pledged to be carbon neutral forever during COP15. The declaration went unnoticed. Until COP21, when it was renewed in the occasion that produced an agreement that –if fully respected- will not be able to prevent an environmental crisis.

But it is not just about formal commitments. National programs, such as Clean Bhutan or Green Bhutan, are operative and a huge share of the national territory is now protected. The Bhutanese system of Parks is connected through biological corridors that enable the roaming and thriving of wildlife. But resourced to protect these areas are lacking. It will take 15 years for the government to ensure them.

But the government decided that 15 years of absence of care cannot be afforded. So Bhutan For Life (http://www.bfl.org.bt) was launched. It is a funding mechanism to look after parks until the State will be able to take over the matter independently. It is based on the Wall Street model of PFP (Project Finance for Performance), following a conservation plan based on goals and financial plans to achieve them. Possible sources for future autonomy are a green tax on vehicles import, revenues from eco-tourism and payments for ecosystem serviced by hydropower.

Funds will be raised from a variety of stakeholders to supply the transition period to financial independence. To provide guarantees to funders, the system is multi-party-single-closing, so subjected to conditionality and making resources accessible only when the whole sum will be gathered. And it looks like Bhutan is fulfilling all the requirements to succeed in its strife fort sustainability: the deal is soon to be closed. The hope is for it to be a model for many other countries to follow.

lunedì 27 febbraio 2017

In data 15 febbraio si è tenuta presso la nostra Università la conferenza organizzata da Green Light for Business, “The lifecycle of a green bond”. Assieme ad ospiti d’eccezione, operanti ai vertici delle più alte istituzioni finanziarie europee, come il London Stock Exchange e la EIB (European Investmen Bank), si è cercato di fare chiarezza su un tema innovativo: i green bond.



Il prof. Stefano Pogutz, moderatore dell'incontro, introduce il dibattito in modo originale. Mostra un’immagine della Terra vista dalla luna, evidenziando chiaramente come il nostro pianeta sia in fondo limitato. Auspica che la finanza del futuro terrà conto sempre più del concetto di limite, favorendo gli investimenti responsabili e a basse emissioni di carbonio. Ci illustra come la green finance si divida in investimenti green dal lato dell’equity, e in green bonds dal lato del debito. Entrambi necessari e complementari per costruire un sistema di una finanza nuova, consapevole dei limiti e che coinvolga egualmente settore pubblico e privato.

Di cosa parliamo quando parliamo di “green bond”? 
Ce lo spiega Aldo Romani del dipartimento Capital Markets della EIB. Come quadro di riferimento potete prendere la Dichiarazione dei principi e degli standard EIB in matteria ambientale e sociale. Fondamentale per l’emissione di un green bond è innanzitutto il progetto che si vuole finanziare. Quest’ultimo deve rispettare determinate caratteristiche fissate dall’UE, affinché possa essere classificato come un progetto green. Una volta passata la verifica si passa alla creazione dello strumento e l’obbligazione viene infine emessa sul mercato. La EIB emette attualmente i cosiddetti CAB (Climate Awareness Bonds), giocando il ruolo di leader mondiale nell’emissione di questo tipo di obbligazioni. Riguardo a una definizione precisa purtroppo, non esisteva fino ad ora un’unica risposta, anche perché non esistono criteri comuni di metodologie, principi e standard. Solo nel 2016 KPMG ha emesso il primo Independent Reasonable Assurance Report, che stabilisce un precedente per la standardizzazione ed il confronto delle caratteristiche chiave di un green bond.

Inquadriamo meglio questa realtà con Sara Lovisolo, Group Sustainability Manager per il London Stock Exchange Group. Sostiene che si tratti di uno strumento estremamente semplice da emettere. Non è necessario essere una società quotata. È sufficiente che il progetto finanziato sia molto specifico e superi i criteri imposti per l’emissione di questo tipo di obbligazione. I green bonds sono dunque uno strumento profondamente industrial driven, in quanto costituiscono uno dei tanti modi coi quali le aziende possono finanziare i loro progetti in ottica di sostenibilità.

Il mercato dei green bond è cresciuto enormemente negli ultimi anni, raggiungendo nel 2016 i 100 miliardi di dollari. Tuttavia costituisce ancora meno dello 0,01% dell’intero mercato obbligazionario da 80 triliardi di dollari. Questo è dovuto in parte alla grande innovatività dello strumento, ancora poco noto e, come si è visto, poco regolamentato. Inoltre vi è un problema di offerta, in quanto il mercato alloca velocemente tutte le nuove emissioni di green bond, ma purtroppo le aziende raramente decidono di finanziarsi tramite green bond, preferendo per ora metodi alternativi più classici e più rapidi nell’erogazione del credito. La forza dei green bonds sta infatti nella domanda. Ceteris paribus, l’investitore è messo di fronte alla scelta di due titoli egualmente rischiosi, la cui unica differenza sta nell’impatto ambientale generato. La sfida per il futuro da parte delle diverse istituzioni finanziarie starà dunque nell’adattare tale strumento alle esigenze del mercato e renderlo appetibile per le aziende affinché decidano di finanziarsi in modo responsabile.

I green bond sono la soluzione al cambiamento climatico?
Certamente no, sottolinea Antonio Keglevich, Managing Director and Head of Green Bond Organization presso UniCredit.  Si tratta tuttavia di uno strumento particolarmente efficace e potente. Il modo in cui le grandi istituzioni potranno essere parte attiva del cambiamento. Il modo per sensibilizzare i mercati e la finanza verso quello shift auspicato da Pogutz all’inizio del dibattito.

Written by da Andrea Ballor 

On February 15th, Bocconi University and Green Light for Business hosted the conference “The lifecycle of a green bond”. With great hosts, working for the greatest European financial institutions, such as the London Stock Exchange and the EIB (European Investment Bank), we tried to create a canvas for a truly innovative subject: the green bonds.

Moderator prof. Stefano Pogutz introduced the debate in a very original and catchy way. He shows us an image of the Earth seen from space, clearly underlying the fact that we live on a limited planet. He hopes for the future, that finance will take that into account. Hopes it will push for responsible and low-carbon emission investments. He then introduces green finance as an industry divided into responsible investments (equity) and green bonds (debt). Both are necessary and complementary to work. Both are necessary to shift into a new path for finance, acknowledged of the limits and equally involving public and private sector.

What are we talking about when we say “green bond”?
We discussed about it with Aldo Romani, member of the Capital Markets Department at the EIB. You can take as a reference the Climate Awareness Bonds Statement for the year ended December 31, 2015. Fundamental for the issue of a green bond is the project which we are trying to finance. The latter must fulfil some requirements fixed by the EU, in order to be defined as green a project. Once verified the nature of the project, the instrument is issued and listed to the market. In 2015, the EIB issued EUR 4bn in Climate Awareness Bonds (CABs), remaining the largest issuer globally in the green bonds market. Unluckily, we lack a common definition, common methodology, common shared principles and common standard to give a precise answer to the question above. It was only in 2016 that KPMG published the first Indipendent Reasonable Assurance Report for the definition of a green bond.

We then went further into the topic with Sara Lovisolo, Group Sustainability Manager for the London Stock Exchange Group. She states that it is an instrument incredibly simple to issue. You don’t need to be a listed company. Any company can issue this kind of instrument, as long as the project underlying is really specific and truly green. They are then an industrial driven instrument, as they represent de facto, only one of the many ways to project financing.

Furthermore, the green bonds market has incredibly grown in the last few years, reaching a transaction volume of almost 100B dollar in 2016. However, it still represents less than the 0.01% of the entire bonds market (80 trillion dollar). This is due in part to the great innovativeness of the instrument, lacking a proper regulation. Moreover, there are problems on the supply side. The market is quick in the allocation of the new issued bonds, as the demand is high. Unluckily, it is rare that a company decides to finance a project with the issue of green bonds, preferring more classical and faster ways. Indeed, the great strength of the green bonds is the appeal they have to the consumer market. Ceteris paribus, the only difference in the financial instrument compared to traditional bonds is the care for the environmental problems behind it. The challenge for the future will be to adapt those instruments to the necessities of the potential issuers, strengthen even more the green bonds market.

Are the green bonds the solution to climate change?
Surely not, underlines Antonio Keglevich, Managing Director and Head of Green Bond Organization for UniCredit. However, it is a truly effective and powerful instrument. It is the way great financial institutions can actively participate to the change. The most effective way to sensitize the markets and finance to that shift Pogutz was hoping for in the introduction to the meeting.
Scritto da Valentina Tringali

Decine di migliaia di bambini e studenti in più di 800 asili, scuole e università di Londra sono esposti a livelli di inquinamento atmosferico illegali che rischiano di causare permanenti problemi di salute.

Studi recenti hanno identificato 802 istituti scolastici in cui bambini di età inferiore a tre anni sono costantemente esposti a livelli di biossido di azoto che violano i limiti giuridici dell'UE. Tali ricerche, commissionate dal sindaco di Londra, Sadiq Khan, suggeriscono che altri migliaia di giovani studenti sono minacciati dall'aria tossica più di quanto si possa pensare. "E' uno scandalo che più di 800 scuole, asili e altri istituti di formazione si trovino in zone che violano i limiti di inquinamento atmosferico previsti dalle legge"-sostiene Khan- "questa è una sfida ambientale, una sfida di salute pubblica, ma anche e fondamentalmente una questione di giustizia sociale. Se sei un londinese povero hai maggiori probabilità di respirare aria tossica".
I dati, infatti, mostrano che 802 su 3261 scuole primarie e università si trovano in aree in cui viene ampiamente superato il limite legale UE di 40μg / m3 (40 microgrammi per metro cubo d'aria); tra queste, un terzo sono scuole materne, quasi il 20% primarie e il 18%  scuole secondarie.

Il traffico è una delle principali fonti di inquinamento atmosferico e vi è una crescente preoccupazione per le emissioni dei veicoli diesel, i quali contribuiscono ad aggravare la situazione tramite la produzione di ossido di azoto.
Il Dr. Francesco Gilchrist, consulente presso il servizio di pediatria respiratoria del Royal Stoke University Hospital, sottolinea quanto i bambini siano particolarmente sensibili all'inquinamento atmosferico e quali siano i possibili danni permanenti ai polmoni: "se non si fa qualcosa per l'inquinamento atmosferico le conseguenze saranno sempre peggiori. Questo aggraverà malattie respiratorie come l'asma e predisporrà i bambini in buona salute ad avere infezioni polmonari ripetute" ha ripetuto. "Se si danneggiano i polmoni durante l'infanzia si rischia di vederne gli effetti per tutta l'età adulta".

Alla luce di tali considerazioni, la settimana scorsa Khan ha annunciato che a partire da ottobre i conducenti delle auto maggiormente inquinanti dovranno pagare una tassa di £10 per guidare nel centro di Londra. Altre città - tra cui Parigi, Atene e Madrid - hanno annunciato misure più drammatiche: l'introduzione di divieti di circolazione in specifici giorni e fasce orarie nel centro della città. Khan a tal proposito sostiene di non aver escluso nulla: "stiamo valutando i piani delle altre città ma al momento pensiamo che i nostri siano i più efficaci".

Londra, tuttavia, non è la sola nel Regno Unito ad affrontare la crisi dell'inquinamento atmosferico; Khan e i leader di altre quattro città gravemente colpite dalla cattiva qualità dell'aria - Leeds, Birmingham, Derby e Nottingham - hanno scritto al governo chiedendo di affrontare il problema. Quest'ultimo ha tempo fino ad aprile per avanzare delle nuove proposte.

Le prime idee che sembrano emergere provengono dal Department for the Environment, Food and Rural Affairs, il quale ha dichiarato quanto sia necessario migliorare la qualità dell'aria, aumentando ancor di più la diffusione di veicoli a bassa emissione,sostenendo i sistemi di trasporto più ecologici come quelli elettrici e promuovendo l'utilizzo di carburanti alternativi.

sabato 25 febbraio 2017

Scritto da Valeria Procoli 

Il 24 Febbraio l’Openside di via Roentgen ha ospitato fotografo Luca Bracali, per la presentazione del suo libro “Pianeta Terra un Mondo da Salvare” 

Nota positiva è il fatto che l’evento sia stato organizzato da BSA- Bocconi Students for Photography Art. Infatti, l’interessamento verso questo tipo di tematiche anche da parte di associazioni diverse da Green Light for Business, dimostra come la comunità bocconiana stia sviluppando una crescente e positiva sensibilità rispetto ai rischi del cambiamento climatico e le problematiche ad esso legate. Come sottolinea il professore Stefano Pogutz all’apertura dell’incontro, l’Università Bocconi- seppur preveda una serie di corsi dedicati- deve ancora lavorare molto su questo aspetto, per offrirne un approccio trasversale. Il cambiamento climatico è infatti la più grande sfida della nostra era e, sebbene l’economia abbia contribuito in modo determinante alla sua accelerazione, oggi può essere altrettanto determinante nell’offrire soluzioni.


Di certo, tuttavia, non solo l’economia gioca un ruolo primario in questo senso; è infatti fondamentale il contributo offerto da tutte le discipline e campi del sapere. L’arte, ad esempio, è forse uno degli strumenti più potenti per sensibilizzare le persone e comunicare i rischi e gli effetti del cambiamento climatico. Come afferma Bracali, si possono dire tante parole, ma il fascino di un’immagine ha un potere unico, e in questo senso la bellezza gioca un ruolo chiave. Il fotografo, poi, prima di mostrare una serie di potenti immagini scattate nei luoghi più estremi e suggestivi del mondo, svela il suo segreto: “Usare il bello per raccontare una storia triste”. Storia triste che spesso racconta di un mondo maltrattato ma meraviglioso, nonostante tutto. Ammette però che il bello non basta: una fotografia, anche se tecnicamente perfetta, rimane solo una fotografia se non c’è qualcosa in più. Lui quel quid lo ha trovato nella scienza e, circondato da scienziati italiani, russi e americani, ha girato il mondo per documentare le devastanti conseguenze del cambiamento climatico. Il suo straordinario lavoro gli è valso, nel corso del tempo, la vittoria di numerosi concorsi di fotografia internazionali, la pubblicazione di 3 servizi su National Geographic, nonché una serie di altri riconoscimenti. Uno dei suoi ultimi progetti è proprio il libro “Pianeta Terra un Mondo da Salvare”, alla cui stesura ha partecipato anche Marco Bresci, ingegnere e autore di numerosi libri dedicati alla salvaguardia del pianeta Terra. 

Proprio l’intervento di Bresci ha offerto degli spunti particolarmente interessanti, che meritano un’attenta riflessione. L’ingegnere solleva infatti un problema cruciale: l'umanità, a differenza di quanto non accada per gli Stati ad esempio, non gode di un riconoscimento giuridico e politico ed è pertanto inerme di fronte alla crisi ambientale ed ai conflitti sull’appropriazione delle risorse che ne potrebbero derivare. L’analisi di Bresci va a cogliere direttamente al nocciolo del problema: le tecnologie ci sono e sono pronte, ma nulla possono se non si realizza per prima cosa un cambiamento sociale e istituzionale, che si gioca interamente su cultura, impegno, responsabilità e morale. L’ingegnere chiude poi lanciando una provocazione: “Quanto costerà riparare l’atmosfera? E chi pagherà?”

A voi – o meglio, a noi -  la sfida ti trovare una risposta ma, soprattutto, di fare in modo che il conto non sia troppo salato.


[Photo credit: Andrea Lewis Brambilla]

lunedì 20 febbraio 2017

Scritto da Letizia Ingaldo

Sino a qualche anno fa, poche grandi centrali producevano energia per tutto il Paese.  Oggi piccoli impianti rinnovabili e non, diffusi lungo tutta la penisola stanno dando forma a un nuovo modello più distribuito di generazione energetica nel quale l’energia pulita ha un ruolo crescente. Le grandi centrali più efficienti restano fondamentali per soddisfare il fabbisogno e garantire la sicurezza del sistema energetico, ma la capacità produttiva degli impianti termoelettrici italiani è in evidente eccedenza. 


























Un nuovo modo di vivere l’energia
Enel è tra i protagonisti della continua e rapida evoluzione nel mondo nel quale viviamo. Infatti il nuovo programma di riconversione di 23 impianti coinvolti nel progetto Futur-e è un’iniziativa necessaria, ma soprattutto un’occasione per aprire nuove opportunità di sviluppo ai territori che li ospitano. È opinione di Enel  che occorre integrare in modo strategico un nuovo approccio ambientale sostenibile direttamente nel business per facilitare la transizione verso un’economia circolare.

Come concretizzare il cambiamento
Grazie alla creatività, all’ascolto dei bisogni dei cittadini e all’apertura a nuove idee, impianti obsoleti e non più competitivi sono diventati occasioni di sviluppo per il territorio mantenendone la vocazione industriale o riconvertendoli in musei d’arte, centri polifunzionali o spazi ricreativi e culturali. Attraverso il coinvolgimento di società specializzate, Enel ha avviato un’analisi dei territori per individuare le potenziali nuove destinazioni degli impianti per i quali si prefigura o si è già determinata la cessazione della produzione nell’assetto attuale. L’intervento è basato su approcci e strategie diverse a seconda della destinazione dei siti e potrà prevedere:

  • Azioni di coinvolgimento attivo di tutti gli attori del processo (ad esempio comunità, istituzioni, università ecc..) per giungere ad un progetto condiviso anche mediante l’attuazione di un concorso di idee per identificare la destinazione d’uso.
  • Azioni di informazione diffusa per illustrare e condividere il nuovo progetto industriale.

Enel è partita proprio da Alessandria con un progetto pilota attuando un concorso internazionale di idee con la collaborazione di partner come il comune di Alessandria, il Politecnico di Milano e l’Università del Piemonte Orientale. Il risultato è stato sorprendente. C’è chi si è immaginato un parco a tema dedicato agli sport estremi (progetto vincente al concorso), chi un polo agricolo di attrazione ed eccellenza e chi invece un Centro Oncologico con residenze assistite. Il coinvolgimento delle istituzioni e delle Università, l’apertura agli stakeholder e ai cittadini hanno generato un circolo virtuoso che ha fatto registrare una vastissima partecipazione e una grande qualità dei progetti presentati.

Da sempre l’industria vive accelerazioni e cambiamenti spinti da evoluzioni tecnologiche culturali ed economiche. Il settore  energetico, legato a doppio nodo con il percorso di sviluppo di un Paese è uno dei primi ambiti a vivere queste trasformazioni essendone esso stesso portatore.

sabato 18 febbraio 2017

The rationale behind green bonds is strong, the trends breed optimism, and some of the most important financial actors are embracing them – but where do we really stand at the moment, and where do we need to go? Are green bonds the answer to climate change? The only way to find out is to ask those at the forefront of what could possibly be a green finance revolution.

Green Light for Business seeks to examine and analyse the interaction between environmental sustainability and economics, finance, and policymaking in all of its activities. To this end, GL4B has put together a panel discussion centered on green finance, held under the title “The Lifecycle of a Green Bond”, and will involve the different actors that shape the issuance of a green bond: the issuer, the investment bank, the financial intermediary/exchange and the final investor. This covers the entire “lifecycle” of a relatively new but rapidly growing financial instrument, which will allow the audience to learn about the real impact it is having on sustainability.

Current green bond issue volume stands at around USD 50 billion globally, but according to the OECD, USD 2.26 trillion of annual low-carbon investment will be required in 2035 to reach carbon abatement and climate change targets. How can green bond issuance keep growing and provide a sizeable portion of this necessary investment – and what role do our guests play in achieving this goal?




GUEST SPEAKERS:


Hervé Boiral, Head of Euro Credit at Amundi


Antonio Keglevich, Managing Director and Head of Green Bond Origination at UniCredit Bank AG.


Sara Lovisolo, Group Sustainability Manager at the London Stock Exchange Group.


Aldo Romani, Deputy Head of Funding – Euro, Capital Markets Department at the European Investment Bank.



MODERATOR:

Prof. Stefano Pogutz, Tenured Researcher in Management, CEMS-MIM Chair of the Faculty Group “Business and the Environment”.