venerdì 24 giugno 2016

Scritto da Leonardo Armato



Negli ultimi tempi si sente parlare sempre più spesso dell'internet of things, ovvero il nuovo paradigma di sviluppo tecnologico in base al quale molti oggetti della nostra vita quotidiana diventeranno intelligenti e capaci di inviare e ricevere informazioni attraverso internet, permettendo di monitorarli e controllarli in tempo reale.
I campi di applicazione di queste nuove tecnologie sono i più disparati e probabilmente cambieranno il nostro stile di vita nei prossimi decenni, ma già da adesso si comincia intravederne le potenzialità, in particolare nell'ambito delle Smart Cities.
Fra i molti progetti che si stanno sperimentando in tutto il mondo, alcuni riguardano la ricerca di nuove soluzioni per migliorare la raccolta dei rifiuti che rappresenta una sfida importante soprattutto per le grandi città poiché secondo le stime la quantità di rifiuti potrebbe raddoppiare nei prossimi 20 anni a causa dell’aumento della popolazione.
Al momento la raccolta dei rifiuti nelle città avviene più o meno in questo modo: gli addetti alla raccolta seguono un percorso prestabilito all’interno della città e svuotano i cestini e i cassonetti indipendente dalla quantità di rifiuti che contengono, così capita che alcuni di essi vengano svuotati anche se praticamente vuoti, mentre altri che si riempiono più in fretta restano stracolmi per parecchio tempo, prima di essere svuotati.
L’idea alla base dei sistemi di raccolta intelligenti è molto semplice: inserendo all’interno dei cassonetti dei sensori che rilevano il livello di rifiuti e connettendoli alla rete è possibile sapere esattamente quali di essi debbano essere svuotati e inviare gli addetti solo dove ciò sia necessario.
Inoltre attraverso l’analisi dei dati con dei software appositi è possibile prevedere quando i cassonetti saranno pieni e predisporre dei percorsi di raccolta ottimali all’interno della città, riducendo i costi e ottenendo risparmi che possono raggiungere l’80% della spesa.
Una delle startup più innovative che operano in questo campo è la sudcoreana Ecube Labs che ha ideato due prodotti specifici per tale scopo. Il primo è Clean Cube, un cassonetto intelligente dotato di un compattatore, di un sensore che rileva il livello di rifiuti connesso ala rete Wi-Fi e completamente alimentato da un pannello solare. Il secondo è Clean Cap, un prodotto più economico, pensato soprattutto per i paesi in via di sviluppo, dotato anch’esso di un sensore per rilevare il livello dei rifiuti e che può essere installato facilmente nei cassonetti di ogni taglia.
Anche in Italia ci sono delle realtà che si sono mosse in questa direzione e fra queste spicca il Cefriel, un istituto milanese di cui sono azionisti anche il Politecnico di Milano e la Regione Lombardia, che ha sviluppato in collaborazione con Amsa un cestino intelligente chiamato Amsa Smart Bin. Questo prodotto, dotato di sensore per il rilevamento dei rifiuti, è stato testato lo scorso anno nella zona Città Studi di Milano ed ha prodotto ottimi risultati poiché in oltre il 90% dei casi le segnalazioni fatte dal sistema si sono rivelate corrette e per questo in futuro potrebbe essere esteso in altre zone della città.

venerdì 17 giugno 2016

Scritto da Camilla Mariani

Sfogliando le pagine di uno degli ultimi numeri dell’editoriale Espresso un titolo alquanto accattivante ha subito catturato la mia attenzione.
“Gli Stati sono morti, viva le bioregioni”.
Continuando a leggere, le righe incalzanti raccontano di un’intervista a colui che viene denominato “il guru della nuova economia”: John Thackara.
L’intervistatore, da subito, lo definisce come designer, autore, voce tra le più autorevoli sulla scena ambientale e della nuova economia. Ed effettivamente, suo Cv alla mano, non si potevano trovare parole migliori. John Thackara ha una formazione da filosofo e dieci anni di esperienza da giornalista. Inglese, vive da anni in Francia e si definisce un narratore di professione. Viaggia senza sosta per il mondo con lo scopo di raccogliere testimonianze sul modo in cui le persone si stanno organizzando, dal basso, per costruire un futuro ecosostenibile.

Secondo Thackara ci troviamo “all’alba della terza fase della sostenibilità”: negli anni settanta, si prevedeva che se la crescita economica fosse proseguita ad un ritmo così dirompente, avrebbe condotto al collasso delle nazioni sviluppate. La prima reazione della società fu (amaramente) alquanto negazionista.
Nella seconda fase, degli ultimi vent’anni, i moniti sull’esaurimento delle risorse naturali, la crisi energetica e il cambiamento climatico si sono fatti sentire a gran voce e sono stati presi realmente in considerazione ma ancora in un’ottica di mantenimento del sistema attuale, apportando soltanto marginali modificazioni per renderlo più verde e pulito.


Nella terza fase tutto ciò non è abbastanza: è il sistema stesso ad essere fondamentalmente errato ed ha bisogno di una vera e propria ristrutturazione.
John Thackara suggerisce che “la trasformazione che ci è richiesta è di immaginarci come parte dei sistemi viventi del pianeta, invece che qualcosa di separato o al di sopra di essi”. Questa rivisitazione del nostro posto nel mondo potrebbe essere l’ingrediente per la più radicale trasformazione degli ultimi quaranta anni.

Andando ad analizzare in concreto tale prospettiva, la tecnologia gioca un ruolo chiave: oggi, l’attenzione è posta su investimenti tecnologici massicci e complessi che tuttavia non costituiscono la risposta ai problemi economici ed energetici.
La tecnologia che apporta cambiamenti positivi è quella che chiarifica e semplifica le relazioni tra persone che agiscono nel mondo reale.
Ed è proprio su queste relazioni che si trova il fulcro di tale visione. Il valore risiede proprio in ciò che “non scala”, ovvero in ciò che è unico ad un luogo.
L’unità di misura fondamentale, in futuro, sarà il luogo in cui viviamo e tutti i diversi modi in cui le cose che facciamo lo rendono più sano.
Ma se il cambiamento è locale, che ruolo resta a governi e istituzioni nazionali e internazionali?
Secondo Thackara, i governi non sono del tutto in grado di tenere sotto controllo il corso degli eventi: la dimensione nazionale è quella sbagliata per connettersi alle persone.

La soluzione sta nelle bioregioni, ossia delle aree in cui il confine è definito da elementi geografici come fiumi, montagne o laghi e da fattori ambientali come la composizione chimica del terreno e le relazioni ecologiche tra flora e fauna. Lo stesso Thackara, argomenta, dicendo che le bioregioni altro non sono che “il naturale passo successivo delle città verso il ricongiungersi con la propria terra, le proprie colture, i fiumi”.




Al di là che qualcuno possa considerare questa proposta di riassetto del sistema tanto assurda quanto utopistica, credo che possa considerarsi opinione comune (per non dire una questione di massima necessità ed urgenza) il bisogno di un cambiamento strutturale a base sostenibile. “Solo un mix di consapevolezza e tecnologia può salvare il pianeta. Creando strutture politiche innovative.
Dove ogni città vive in simbiosi con le sue campagne.”
(Fabio Chiusi, L’Espresso)

lunedì 6 giugno 2016

Scritto da Valeria Procoli 

Abbattere le distanze costa… poco per il portafoglio in realtà, ma tanto per l’ambiente. Quasi tutto quello che consumiamo e usiamo fa praticamente il giro del mondo a bordo di una nave cargo prima di arrivare a noi. 

Recentemente un servizio del programma Rai “Petrolio”  ha ripercorso gli immensi viaggi che le nostre merci fanno, portando alla luce tutte le ombre di un sistema per noi vitale e letale allo stesso tempo. Solitamente quando si pensa ad un prodotto la nostra attenzione si concentra esclusivamente su quello che ci coinvolge più da vicino, ma ciò che gli che sta dietro merita davvero di essere conosciuto. Ecco solo alcuni dei motivi:
Consumo:
Una nave cargo consuma come 50 milioni di auto! Se si considera che al mondo ce ne sono circa 60.000 il conto è presto fatto. Per non parlare del carburante utilizzato, ce ne vuole talmente tanto (si parla addirittura di 150mila tonnellate di petrolio l’anno) che nella maggior parte dei casi si opta per surrogati, che ovviamente inquinano molto di più. 

Naufragi: 
Se ne stimano circa 120 in un anno (uno ogni tre giorni). Quelli di cui si parla però sono pochi, ci sono interessi ben più importanti da tutelare e comunque gli sversamenti causati da un naufragio contribuiscono solo in minima parte (circa per il 2,5%) all’inquinamento che i trasporti via mare producono in totale. 

Ecosistemi in pericolo:
E' diffusa la pratica di caricare enormi quantità di acqua, con pesci annessi, per poi scaricarla migliaia di chilometri più lontano. Questo fa sì che si introducano nuove specie in ecosistemi che vengono così messi gravemente in pericolo. Un altro problema è poi legato all’inquinamento acustico, infatti le basse frequenze emesse da questi giganti del mare sono la causa della perdita di orientamento di grandi mammiferi marini, come le megattere, che finiscono per spiaggiarsi e morire.

Nuove rotte: 
Lo scioglimento dei ghiacciai offre giorno dopo giorno nuove opportunità alle grandi compagnie armatrici, che possono passare per rotte prima inaccessibili. Questa pratica va però ad accelerare lo scioglimento dei ghiacciai innescando un circolo vizioso davvero preoccupante.

Smaltimento:
La vita utile è di circa trenta anni, dopodiché (ameno nei paesi in cui c’è un regolamento a  tal proposito) sarebbe necessario un lungo, e soprattutto costoso, processo di smaltimento. Ovviamente i paesi in via di sviluppo non hanno tutele in materia, e allora tutti scelgono di risparmiare. Le navi vanno a morire in un immensi cimiteri a cielo aperto in India o in Bangladesh, dove lavoratori sottopagati e senza nessuna tutela si adoperano in condizioni disumane per smontare questi colossi, i cui pezzi però non saranno mai davvero smaltiti. 


Maersk, la prima compagnia armatrice al mondo (che si conosce poco ma ha fatturati al livello di Microsoft) sul proprio sito si dice molto impegnata a ridurre le emissioni e ad adottare pratiche quanto più sostenibili. E’ addirittura disponibile un Sustainability Report (2014), che evidenzia degli importanti tentavi di ridurre le emissioni. Tuttavia bisogna considerare che questi tipi di compagnie lavorano sfruttando le differenze tra le leggi dei vari paesi in cui operano, e pertanto la verifica delle loro pratiche risulta quasi impossibile. Inoltre anche ammesso la Maersk si impegni concretamente per la riduzione delle emissioni, una fetta consistente delle navi in circolazione appartiene a compagnie minori, che non hanno gli stessi standard di qualità.

Infine resta comunque il fatto che il sistema stesso del trasporto merci attraverso navi cargo è altamente inquinante, pertanto qualsiasi tentativo di renderlo più sostenibile non sarà mai abbastanza. Il consumatore ha comunque in mano la potente arma della scelta: se tutti preferissimo prodotti il più possibile locali potremmo infatti incidere molto più di qualsiasi altra soluzione. 


Foto: 
Glen - Rio de la Plata outward bound on the River Thames https://goo.gl/oHH1Wj

giovedì 2 giugno 2016

Scritto da Matteo Giobbe


Il trasporto su rotaia si sa, è attualmente uno dei più efficienti e sostenibili dal punto di vista ambientale. Ma è attraverso il sistema introdotto dall’ingegno italiano di Giovanni Maria De Lisi, CEO Greenrail, che la ferrovia diventa veramente green. 

Attraverso la produzione di traverse ferroviarie, dotate di un inner core in calcestruzzo ricoperto da materiali plastici riciclati e gomma, l’impresa italiana è in grado di contribuire allo smaltimento di circa 35 tonnellate di pneumatici fuori uso e 35 tonnellate di plastica per ogni chilometro di ferrovia. Considerando che solo in Italia si contano circa 20000 km di rete ferroviaria, De Lisi ci fornisce un buon esempio di quella circular economy di cui sentiamo sempre più spesso parlare. Il sistema consente inoltre un abbattimento di circa il 50% sui costi di manutenzione delle linee, grazie all’uso di elementi plastici che aumentano la longevità della traversa fino a 50 anni (contro i 30/40 delle normali in calcestruzzo). 

Per non parlare della riduzione dell’impatto acustico e delle vibrazioni provocate dal passaggio dei treni, fenomeni che generano non poco malcontento nelle zone limitrofe a sistemi su rotaia. Fin qui niente di nuovo: traverse prodotte con materiali riciclati, che richiedono una minore manutenzione. Niente che nel 2012, anno in cui l’imprenditore fondò Greenrail, non fosse già stato sviluppato: Stati Uniti, Cina ed India avevano infatti già iniziato a produrre traverse in plastica e gomma riciclata. La difficoltà stava nell’offrire al mercato qualcosa che fosse in grado di sostituire lo standard: il calcestruzzo. 

Nacque così l’idea di introdurre all’interno delle traverse un sistema in grado di produrre energia. Greenrail Piezo, uno dei progetti dell’impresa, sfrutta un sistema integrato di materiali cristallini che, sottoposti a pressione, durante il passaggio del treno sono in grado di trasformare la forza meccanica in energia. L’azienda sviluppa inoltre un sistema d’integrazione di moduli fotovoltaici sulle traverse, in grado di trasformare le reti ferroviarie in veri e propri “campi fotovoltaici, con un’elevata produttività di energia sostenibile”. I dati forniti dall’azienda assicurano per ogni chilometro di linea (considerando un passaggio medio di 15 treni l’ora) una produzione di energia che oscilla tra i 120-150 Kwh, capacità energetica in grado di alimentare 40 abitazioni o le stesse stazioni metropolitane, per intenderci. 

Il 2016 si profila come un anno importante per l’impresa italiana: superati i test di omologazione sulle normative internazionali il prodotto potrà iniziare infatti ad essere distribuito a livello mondiale. Un giro d’affari dell’ordine di miliardi di euro, tutto prodotto made in Italy.

Brevettata in 140 Paesi: la tecnologia Greenrail sembra pronta ad innovare il sistema dei trasporti…

lunedì 30 maggio 2016

Scritto da Laura Subinaghi




L’arte ecosostenibile: cos’è? 


È un tipo di arte è che implica l’uso di materiali a basso impatto ambientale e  ha una varietà infinita di espressioni: arte figurativa, scultura, moda, architettura e persino street art, botanica e teatro. Anche l’interpretazione che ogni artista dà all’arte ecosostenibile è differente: c’è chi pensa che sia un modo per esprimere il degrado della società moderna, chi crede che sia un modo per avvicinarsi alla natura, chi è convinto che sia un modo per rendere gli altri consapevoli dei problemi ambientali e chi è sicuro che l’arte possa essere lo strumento per risolvere questi problemi.


Per quanto riguarda l’arte figurativa e la scultura, si può iniziare a vedere un uso di materiali innovativi a partire dalla seconda metà del XX secolo (Andy Warhol parlava dello humor degli “scarti”). Gli artisti hanno iniziato ad usare materiali di riciclo per le loro opere in quanto rappresentavano, metaforicamente, una condizione dell’uomo contemporaneo, scartato dalla società dei consumi e a sua volta sopraffatto dai sui stessi scarti. Emblematica di questo tipo di arte è l’installazione “Trash Men” di Ha Schult: una schiera di uomini spazzatura che è stata installata nei luoghi più importanti della Terra (per esempio sulla Muraglia Cinese e davanti alle piramidi di Giza). Questo trend di arte “riciclata” continua fino ai giorni nostri.


Parlando di scultori contemporanei non si può non nominare James Doran Webb: la sua arte nasce dal presupposto che l’arte vada creata con la natura e per la natura.  Le sue opere quindi si modellano e incastrano elementi naturali, andandosi ad armonizzare perfettamente con l’ambiente circostante.


Anche la scultura ecosostenibile si sta facendo sempre più spazio nel panorama mondiale. Abbiamo un’esemplificazione di ciò proprio qui a Milano: Palazzo Italia ad Expo. Il progetto è un edificio che unisce moderne tecnologie ed un approccio ecosostenibile. È stato concepito per essere ad impatto quasi zero, grazie ai pannelli fotovoltaici e all’innovativo cemento biodinamico con cui è realizzato il rivestimento esterno. Infatti il cemento, contenente il principio attivo TX Active, a contatto con i raggi solari cattura le sostanze inquinanti presenti nell’aria trasformandole in sali inerti, ripulendo così l’aria dallo smog.

L’arte ecosostenibile trova però una sua espressione anche in arti meno convenzionali, per esempio nel teatro (per esempio, nella stagione 2011-2012, Il Teatro dell’Opera di Milano ha proposto un maggior impegno nella scelta dei fornitori e dei materiali, l’utilizzo di luci a risparmio energetico, pannelli solari, fibre ecologiche e per le tournee gli attori hanno soggiornato in hotel della catena Ecoworld Hotel) e nella moda (come possiamo vedere nel caso di Cartina, start-up nata in provincia di Lucca nel 2014, che ha brevettato un nuovo sistema di produzione che permette di dar vita a calzature per mezzo del riciclo di carta).


Uno spazio in questa carrellata delle forme d’arte ecosostenibili va dedicato alla street art. I nuovi “street artist” che si stanno facendo largo nel mondo dell’arte negli ultimi anni hanno messo da parte le vernici industriali per scegliere materiali sostenibili come muschio, fango, acqua e colori naturali. Gli ecograffiti sono legali e rispettano l’ambiente, permettendo a chi li crea di proporre una cultura alternativa, ambientalista, che denuncia i danni dello smog e invita i passanti ad abbracciare stili di vita più ecologici. Fra gli artisti di questo tipo si citano l’illustratrice inglese Anna Garforth, che si ispira alla capacità del verde di sopravvivere nel contesto urbano, portando nelle città graffiti di muschio, e l’attivista americano Jesse Gaves, che combina terra e acqua (i due elementi fondamentali per la vita sul pianeta) in un’ecovernice che veicola messaggi provocatori ai passanti (per esempio, incita a combattere gli OGM o la pena di morte). Questi ecograffiti, proprio perché lanciati negli spazi pubblici, sono alla portata di tutti e innescano riflessioni profonde nei passanti.


giovedì 26 maggio 2016

Scritto da Roberto Cippone 



Tra il Settecento e l’Ottocento, la Rivoluzione industriale ha introdotto un modello produttivo all’insegna del “prendere, fare e smaltire” noto con il nome di “economia lineare”. Quest’ultimo, nonostante sia stato in grado per lunghi anni di rispondere ad esigenze e bisogni di consumo di massa e trasporto globale, ha attirato l’attenzione di numerosi critici e studiosi data la sua sempre più chiara concatenazione con tematiche quali l’urbanizzazione e l’utilizzo di combustibili fossili.

Il rapido esaurimento del capitale naturale esistente, soprattutto quello di facile reperibilità, rappresenta una triste realtà ed è per questo che, al centro delle politiche ambientali a livello europeo, si è cominciato a parlare di “economia circolare”: un’economia pensata per potersi rigenerare da sola, per poter massimizzare lo sfruttamento di ciò di cui già disponiamo e in grado di rendere il rifiuto di qualcuno la risorsa di qualcun altro.

La limitatezza delle nostre risorse suggeriscono che non sarà sempre possibile mantenere un’elevata qualità della vita senza cambiare il nostro modus operandi: riutilizzare i prodotti di scarto a favore della sostenibilità del sistema genererebbe, infatti, per il Vecchio Continente un risparmio di 1.800 miliardi di euro l’anno entro il 2030 che, tradotto in termini percentuali, porterebbe alla crescita del Pil fino a 7 punti percentuali e del reddito delle famiglie europee dell’11%.

Queste prospettive di crescita così promettenti non devono trarre in inganno perché sorgono dalle inefficienze attuali, ancora radicate ad un modello basato su 4 fasi: estrazione, produzione, consumo e smaltimento. Un modello così lontano dalle crescenti esigenze di cittadini e ambiente che, nel solo 2012, ha provocato l’utilizzo, per ciascun singolo abitante, di ben 16 tonnellate di materiali, di cui solo il 40% riciclato. Tralasciando inquinamento acustico e atmosferico poiché difficilmente quantificabili, per rendersi conto dell’attualità del problema basterebbe considerare che un’auto in Europa resta parcheggiata quasi il 92% del tempo e che, pro capite e annualmente, vengono sprecati 173 kg di cibo. 

La risposta al problema è sempre la stessa: la rivoluzione digitale e tecnologica. Infatti, dopo aver radicalmente trasformato il nostro modo di comunicare, di ricevere e trasmettere informazioni, potrebbero esserne influenzati anche la mobilità, l’alimentazione e l’edilizia. Il “car sharing”, i veicoli elettrici e a guida autonoma, la tecnologia applicata e plasmata sui processi industriali sono solo alcune delle soluzioni che stanno prendendo piede negli ultimi anni, impattando positivamente sulla competitività delle aziende, sulla riduzione delle emissioni e dei consumi e sulla crescita dei posti di lavoro.

L’altra faccia della medaglia è altresì rappresentata dal bisogno di investire in ricerca e sviluppo, dalla spesa pubblica per la creazione di infrastrutture digitali e dai vari processi di incentivazione alle aziende che vogliono intraprendere questo percorso. L’insieme dei limiti è, dunque, riassumibile in una semplice e concisa espressione: i costi di transazione. In Germania, gli incentivi economici in tal direzione, dal 2000 al 2013, hanno avuto una portata di ben 123 miliardi; parallelamente il Governo britannico ha stimato una spesa di 14 miliardi di euro per l’introduzione di un sistema efficiente di riciclo e riutilizzo delle risorse. 

Per il momento si può parlare solo di stime e di progetti, ma nel medio e lungo periodo i termini “green economy”, “economia circolare” e “sviluppo sostenibile” ricorreranno così spesso da portare alla traduzione tanto desiderata dell’utopia in solida e quotidiana realtà.

venerdì 20 maggio 2016

Written by Gabriele Tringali



President Francois Hollande announced that France will be the first country to issue green bonds and will implement a base price per ton of coal for electricity generation. France will be the pioneer in the development of the “green bond” market and this is a subject very close to Hollande which, during the Environmental Conference, explained that France will ask the main investment banks, to launch green bonds dedicated to environmental projects.

The challenge for the success of COP 21 is to give a “fair price” for carbon which looks more like a “minimum price” to coal in the field of electricity production that will give more visibility to investors. The French Government will propose how to structure the issue of green bonds before the end of the year. In Hollande’s view an European carbon market reform is heavily needed as the overall functioning of this market is threatened by the current low price per ton which is not sustainable in the medium term.

During the Environmental Conference Hollande also announced changes to the nuclear energy area: EDF will propose after 2018 the closure of some nuclear power plants combined with the development of others within the framework of what can be defined as a new phase for France’s energy policy. These proposals will take place after the opinion of the nuclear safety of France, expected by the end of 2018.

This will make green bonds even more competitive from a financial standpoint:  an asset class which is likely to turn from a niche product, to a fast growth product, since the traditional bond market is showing signs of saturation and low yield.

And, after COP 21, Apple announced a 1.5 billion issue to finance renewal energy projects: is this a sign that green bonds will actually be a thing in the near future?

martedì 17 maggio 2016

Written by Roberta Fasanelli



Despite being a highly industrialized country, the presence of agricultural land use is a common feature on the urban landscape of cities across Japan. 
Almost one-third of all agricultural output in the country is, in fact, generated by urban agriculture; likewise, urban farmers account for 25% of farming households in Japan.
Japanese urban agriculture has the unique characteristic that it happens in (and around) huge, industrialized cities.
The MAFF identifies the following points of strength of urban agriculture:
1. Source of fresh and safe products, including organic and low-chemical crops.  These can be locally produced and consumed based on relationships of trust between farmers and city dwellers.
2. Opportunity for urban residents’ engagement in agricultural activities, both directly and through exchange between producers and consumers.
3. Open space for disaster management, including fire spread prevention, evacuation space for earthquakes, really frequent in Japan.
4. Resource for recreation and well-being, including green space for personal leisure and spiritual comfort.
5. Education and awareness-raising for improving urban residents’ understanding of agriculture and food issues.
6. Contribution to sustainability and well-being in cities, by increasing the area of permeable surface for storm water management and reducing the heat-island effect and potentially energy needs by cooling the air.
7. Biodiversity and ecosystem services by providing habitats and managing species 
8. Reduction of food miles, the distance that food must be transported, and even provide bio-energy resources.

Furthermore, according to 2010 data from the Ministry of Agriculture, Forestry and Fisheries (MAFF), urban fields are the most productive kind of agriculture in terms of economic value of production per area (3% more productive than the national average).
And so, in terms of revenue per farmer, urban agriculture is two times more profitable than inter-mountainous agriculture and around 10% more so than agriculture in rural plain areas. 
Even in Tokyo, one of the largest and most congested cities in the world, among the intricate networks of railways, roads, buildings and power wires, local agriculture produces enough vegetables to potentially feed almost 700,000 city dwellers.
Yet, despite all its actual and potential benefits, agriculture in Japanese cities is under threat. In just the past decade, agricultural land use has diminished by over 40% because of urbanization-related impacts (even though the population of the country has remained stable) and the number of people practicing agriculture in urban areas also has decreased dramatically. 
In Tokyo, for instance, the number of families involved in agricultural activities has decreased by more than 60% since 1975 (in 41 years).

The External Threats of the Urban Rice Agriculture
The main reasons for decreasing percentage of people involved in agricultural activities and for the reduction of land dedicated to rice cultivation derive from the national demographic conditions. 
We can remember these:
1. Regulation of the system.  In Japan, urban agriculture falls under the MAFF, which is in charge of policies concerning agriculture, and the Ministry of Land, Infrastructure, Transportation and Tourism (MLITT), which deals with urban planning.  Since the two ministries use different zoning classification systems to distinguish between areas in which urbanization is a priority and areas in which farming is, there are conflicting definitions of what in fact constitutes urban agriculture.
2. Aging of farmers.  The average age of most people practicing agriculture in Japanese cities is rapidly rising. Consequently, great uncertainty exists about the production methods employed, about kind of land used in agricultural fields and their extent.
3. Tax barriers. Maintaining productive farmland in the urban areas of Japan poses an economic burden for landowners, who face significantly high taxes.  High urban real estate prices and tough compliance requirements of some tax exemption programs drive farmers away from production or into transforming land for development.
4. Commercialization. Bringing consumption of local, eco-friendly products from its current niche market into a mainstream one remains a challenge.
5. Productivity shift. Proximity to densely inhabited areas makes urban farmers especially prone to reducing chemical use.  
The External Opportunities in the Market
Despite the hurdles, opportunities do exist for strengthening the roles of Japanese urban agriculture for sustainability and local well-being, including governance, economic, environmental and social aspects.
New conceptual approaches Recently, the idea of cities managing their local ecosystems for agricultural production has been gaining momentum.   By designing compact cities with surrounding areas that can be used for agriculture, the need for industrialized production, extensive packaging and lengthy distribution can be significantly reduced.   Especially relevant for Japan are the concepts of satoyama (and satoumi), which refer to “dynamic mosaics of managed socio-ecological systems that produce a bundle of ecosystem services for human well-being”.  
Increased interest of urban residents in agriculture In recent years, interest in agriculture has grown significantly among Japanese urban dwellers; according to a recent study by MAFF, over 85% of Tokyo residents would like their city to have farmland in order to secure access to fresh foods and green space.  The systems “Taiken Nouen”, by which people participate in different activities with actual farmers, and “Shimin Nouen”, or allotment gardens, are the two most popular systems of citizens’ involvement in urban agriculture in Japan. 
Green economy: urban agriculture for sustainable consumption–production networks  In an urbanizing world, cities are fundamental for achieving a green economy, a concept now at the forefront of the international sustainable development agenda.  Because of its proximity to consumers, urban agriculture can more easily target urban demand, as opposed to rural production which is more exposed to the influences of agricultural commodities’ markets. 
Innovative finance mechanisms: payment for urban ecosystem services and biodiversity  Economic compensation for the provisioning of environmental goods and services not captured by the market is an innovative mechanism for enabling a green economy.  Such payment schemes are created in order to strengthen the roles of urban farming as provider of local biodiversity and ecosystem services, incentivizing a shift towards clean, biodiversity-friendly production practices. 
Urban regeneration and political momentum for urban agriculture  Many Japanese cities, rapidly developed in the post-war period under weak zoning mechanisms, present a scattered mosaic of green patches among buildings and concrete infrastructure.  Cities across the country are developing urban regeneration policies aimed at restoring the urban landscape for improved local environment and well-being.  Within this context, urban agriculture provides a much needed source of greenery, especially in highly industrialized, urbanized areas of big cities and city centres. 
Green innovation  In a technology-savvy country like Japan, urban agriculture offers a fertile ground for green innovation.  From rooftop gardens for urban residents to engage in agriculture, to green curtains using edible species for insulation of public buildings, to computer-based indoor plant growing, new forms of urban farming are emerging.  
Let’s take an overview on 10 great ides from Tokyo concerning green innovation.


Ten (GREAT) innovative projects of Urban Agriculture in Tokyo
A city known for Edo culture and cherry blossoms, Tokyo has long integrated natural beauty within a sprawling metropolis.                         
Now the world’s biggest city supports more than 13.2 million people and imports 80% of its food, making the need for innovative and productive use of urban spaces more pressing than ever. 
Here’s how Tokyo’s most notable urban agriculture projects are combining Japanese cultural tradition, innovative technologies, and architectural design to create Edokko urban foodscapes.
1. Agrimedia Corporation The Agrimedia Corporation operates 20 plot-share farms in Tokyo, Kanagawa, Saitama, and Chiba, connecting beginning farmers with elderly former farmers who were forced to abandon their land. Groups of farmers share plots of 10 square meters for a US$75 rental fee, and receive resources such as seeds, tools, inputs, and technical advice.
2. City Farm Odaiba Atop a roof on the man-made island of Odaiba in Tokyo Bay, City Farm grows melons, tomatoes, soybeans, and rice using traditional semi-aquatic conditions. Community members can participate in threshing events, cooking projects, and sake making courses.
3. Ginza Honeybee Project Hoping to raise awareness about honeybees and educate community members about sustainable lifestyles, Takayasu Kazuo and Tanaka Atsuo founded a rooftop bee yard in the Ginza district of Chūō, Tokyo in March of 2006. Ginza’s beekeepers are able to harvest about 300 kilograms of honey per year; the bee farm is home to more than 150,000 bees, which may even protect endangered bird populations from crow attacks.
4. Ginza Rice Farm and Omotesando Rooftop Farm Situated on an empty lot in the Ginza shopping district, Ginza Rice Farm is run by Iimura Kazuki, supporting ducklings, bamboo cultivation, and other vegetable plants. Inspired by the success of Ginza Rice Farm, which has held a farmers’ market, noodle rolling events on bamboo poles, and a community rice harvest. Kazuki later founded Omotesando Rooftop Farm, renting empty plots to interested community members.
5. NTT East Group Green Potato Project Telecommunications corporation NTT launched this project as part of a larger green roof, choosing to grow sweet potatoes using aerohydroponics. Sweet potatoes have wide leaves, which can provide a cooling effect through higher transpiration rates, combating the urban heat island effect in Tokyo.
6. Pasona O2 The Pasona O2 interior urban farm is the most famous of Tokyo’s urban agriculture projects, incorporating climate control, sodium vapor lamps, and remote technology to maximize yields of more than 100 types of produce, all grown indoors.  Created by Kono Designs in 2010, the project is especially notable for its use of underground spaces, the role of office staff in caring for the plants, and the visual aesthetic created by the vertical crops growing on the exterior of the nine-story building.
7. Roppongi Noeuen Described as a country oasis in the middle of the city, this urban farm and restaurant features Japanese specialty crops, such as negi leeks and mustard greens, growing in large glass cubes, created by a partnership with ON design. The menu features the plants grown on-site, and offers both American and Japanese cuisines.
8. Soradofarm New farms on rooftops of train stations feature small rental plots of local veggies, professional support staff, and zen-inspired design.  The farms were created through collaboration between the East Japan Railway Company and entertainment company Ekipara, and currently occupy five locations.
9. Tamachi Building Co. Rooftop Garden Since May 2009, Tamachi Building Co., a subsidiary of Mitsubishi Heavy Industries, has provided produce from its rooftop garden to New Tokyo restaurants.  The company has invited schoolchildren to strawberry picking events and potato digs, and has incorporated solar power for energy efficiency.
10. Tokyo Local Fruit Between Tokyo’s obsession with luxury fruit and its renewed love of DIY gardening lies an interesting phenomenon of noncommercial fruit production in urban spaces.  A research collaboration seeks to understand how fruit in Tokyo is grown and harvested on the community level through storytelling; many of the collected stories and fruits are unique to Japan, or even to Tokyo

In Japan, urban farming is both a significant component of the national agricultural sector and an essential ingredient of city space. 
By creating an integrative policy environment that enables cities to maximize multiple ecological and socio-economic benefits, urban agriculture will make a significant contribution to sustainability and to the well-being of city dwellers from enhancing local ecosystem services and biodiversity, to reducing urban footprints.

venerdì 6 maggio 2016

Scritto da Valentina Tringali

Al giorno d’oggi siamo così abituati all’idea che raggiungere qualsiasi luogo richieda dei mezzi di superficie e non, che abbiamo dimenticato qual era l’originale mezzo di trasporto: i nostri piedi. 

Un sondaggio svolto questa settimana dalla Living Streets ha rivelato che quasi la metà dei cittadini britannici non sono disposti a camminare per più di 20 minuti. Ciò è in accordo con i risultati del National Travel Survey del 2014, i quali mostravano che il numero degli abitanti che si spostava a piedi era sceso di quasi un terzo a partire dal 1950.

In un momento di crescente obesità e di inquinamento atmosferico, si preferisce il consumo di carburante e la conservazione delle proprie riserve di grasso. A suscitare maggior stupore è il fatto che sia da tempo stato dimostrato quanto camminare a piedi riduca il rischio di malattie cardiache, diabete, asma, ictus e alcune tipologie di tumore. Nonostante tali dati, troppe volte capita di salire su un autobus o un tram e vedere persone in buono stato di salute viaggiare solo per una o due fermate. 

Come molte città, Londra è uno degli esempi più pregnanti di come non vengano aiutati coloro che hanno ancora la volontà di rompere tali barriere e fare la differenza: pochissimi sono gli attraversamenti pedonali, i ponti e la segnaletica adeguata allo spostamento a piedi. In più, la mappa di linee della metropolitana e dei servizi ferroviari suburbani è sempre più visibile e disponibile agli occhi degli abitanti e dei turisti, dando un’impressione fuorviante (e svantaggiosa) all’idea di spostarsi camminando.

Il risultato è che molti degli abitanti (e anche di noi) vivono le città come arcipelaghi di isole remote, ciascuna incentrata su una stazione metro. Oltre alla propria salute, enorme è il danno causato all’ambiente: un rapporto pubblicato a febbraio dal Royal College ha concluso che 40.000 persone muoiono ogni anno a causa dell’esposizione all’inquinamento atmosferico. Perché allora non ridurlo e migliorare contemporaneamente il proprio stato fisico? 

Un’ulteriore prova a favore è il fatto che, nonostante esistano città con elevati livelli di inquinamento, che potrebbero far pensare di ridurre il tempo trascorso all’aria aperta, nel 99% delle città i benefici del camminare o dell’andare in bici superano nettamente i rischi dell’inquinamento.

Anche a Delhi, una delle città più inquinate del mondo - con livelli di inquinamento dieci volte superiori a quelli di Londra - le persone avrebbero bisogno di camminare più di cinque ore alla settimana prima che i rischi legati all’inquinamento riescano a superare i benefici per la salute.

Ci si chiede allora cosa ci impedisca di evitare mezzi superflui, ridurre il tasso sempre più elevato di inquinamento e salvaguardare il nostro stato di salute. La stessa fondazione Sustrans, promotrice del trasporto sostenibile, ha allora proposto una scommessa: “Se decidessimo tutti di scambiare per una sola settimana la guida dei mezzi con il camminare, il traffico si ridurrebbe di almeno il 10%. Provate a immaginarlo.”

Forse sarebbe il caso di alzarsi e testarlo.

lunedì 2 maggio 2016

Written by Riccardo Bellini

During my exchange experience in Santa Barbara, unfortunately back in 2013, I was continuously impressed by the green culture that flowed in almost any student of the University. Thinking about it, if you consider that the campus is sited between the shore and ocean on one side, and hills on the other side, resulting in an astonishing landscape wherever you turn your eyes, you must be mad not to take care of this piece of heaven.

However, green culture and awareness of the risks your land is always facing are just fancy talking if real policies are not implemented to enforce the vision of a sustainable future. Therefore, in 2012 the zero waste committee was formed to achieve the ambitious goal of a zero waste campus by 2020. 
Before analyzing the interesting steps forward that were taken these years, I must premise one thing. UCSB was the perfect place where to try this, not just because of the abovementioned culture (for instance, any kind of fuel-based vehicle is forbidden, everyone just moves through the campus by bike, rollerblades or skateboard), but also thanks to the UCSB environmental studies and engineering departments that are among the best in the country. 

The key elements of the program are set around three pillars: food, books, residual.

FOOD

All pre and post-consumer food waste in all campus dining commons are composted.
Compostable plates, cups, and cutlery are used as the standard for all catering events and housing and residential Services.
Post consumption composting bins are available to the public in six locations on campus, near major food service locations.

BOOKS:

The bags given out at the UCSB Bookstore are made of compostable materials. 
Advanced platform and tools to exchange used books (made easier by the high costs of new books). 

RESIDUAL:

Centralized indoor co-mingled recycling bins have been located in 111 spots on campus (21.000 students, so 1 bin per 190 students).
Plastic bags are not given out at stores on campus unless a bag is specifically requested by the customer.

These are just the main parts, in terms of materiality, of the program, but there are many more projects ongoing that haven’t been mentioned (by now, the waste diversion rate is over 75%). Another interesting fact is that the campus has been able not just to prevent waste production and to divert waste production from landfills, but also to create real industrial alike (obviously on a minor scale) facilities on campus to compost and recycle. This was clearly feasible thanks to the engineering department and the funds assigned to it.

But still, in the very end, the main theme here is that the mindset, as always, has driven the change.

venerdì 29 aprile 2016

Scritto da Valeria Procoli 

Per salvare il pianeta i ruolo della conservazione è di primaria importanza. Interi ecosistemi stanno andando distrutti a causa di deforestazione selvaggia, cambiamento climatico, sfruttamento sconsiderato di risorse fossili. Per questo le grandi ONG sono fondamentali; è infatti anche grazie alle loro campagne di sensibilizzazione se si sono raggiunte grandi vittorie per la salvaguardia nostra e dell’ambiente. 

Eppure, sebbene sembri che tali organizzazioni non governative siano nate e cresciute per fare del “bene”, non sempre è tutto oro quel che luccica. Certo, i risultati raggiunti sono positivi. Ma a quale prezzo?

Spesso queste ONG sono state al centro di polemiche. Negli ultimi tempi ha fatto molto parlare il reclamo ufficiale presentato da Survival International (movimento per la tutela dei diritti delle popolazioni indigene) all’OECD (Organisation for Economic Co-operation and Development) contro il WWF, accusato di aver violato i diritti umani dei Pigmei Baka in Camerun. Sembrerebbe che la World Wildlife Fundation (WWF), avrebbe infatti privato della propria terra questa popolazione indigena. I Pigmei, prima di potersene effettivamente rendere conto sarebbero stati spogliati del luogo di cui sono sempre stati custodi. La loro opposizione alla collaborazione per la creazione di un area protetta nelle loro terra sarebbe inoltre stata punita con torture e soprusi, per stessa ammissione del WWF. 

Tali azioni sono discutibili da ogni punto di vista. Ad aggravare la questione, inoltre, è il fatto che lo statuto della World Wildlife Fundation prevede una stretta policy per la tutela dei diritti umani delle popolazioni indigene. Wilfred Huilman, nel suo libro best-seller Pandaleaks, sostiene che la posizione del WWF rispetto alle popolazioni indigene sia radicalmente cambiata da cinquanta anni a questa parte, tanto che oggi la ONG si comporta come se animali e persone non possano convivere. 

Forse è vero che non possiamo convivere con gli animali, noi. Ma le popolazioni indigene sono sempre state un tutt'uno con la natura ed è inconcepibile pensare di privarle di una parte della loro identità solo perché NOI non sappiamo più integrarci con essa ed abbiamo il bisogno di lasciare la conservazione ad un’organizzazione sovraordinata incaricata di tamponare i danni che il nostro stile di vita procura quotidianamente all'ambiente. In fondo, se tutti compissimo scelte più consapevoli, non ci sarebbe neanche bisogno di organizzazioni ad hoc per la salvaguardia dell’ambiente. Esattamente come non ne avrebbero bisogno gli indigeni, se solo noi non avessimo creato danni irreparabili: prima abbiamo disboscato e cacciato senza freni ed ora, per riparare, c’è chi deve creare aree protette per tutelare quel poco che è rimasto intatto.

Il danno oramai è fatto, certo, ma saltare da un estremo all’altro ha spesso costi ben più alti di quelli necessari per una transizione graduale. Zone protette sì, dunque, perché non c’è dubbio che oramai siano necessarie, ma passare sopra a tutto e tutti per questo fine no. Non è possibile che i Pigmei vengano criminalizzati se cacciano per sfamare le proprie famiglie e poi si trovino costretti a rifugiarsi nell’alcool per superare la perdita di una delle cose più importanti che ognuno di noi ha: l’identità.

La morale? Non c’è dubbio, visto il punto a cui siamo arrivati, che le grandi ONG a difesa dell’ambiente abbiano meriti enormi. Ma per cambiare davvero e andare nella giusta direzione è necessario trovare degli equilibri, perché tutto quello che è estremo ha dei grossi effetti collaterali, che in questo caso non possono e non devono essere giustificati.

venerdì 22 aprile 2016

Scritto da Camilla Mariani


A pochi giorni dal referendum abrogativo del 17 aprile (meglio noto come “No-Triv”) gli animi sono ancora caldi e la questione necessita di essere ulteriormente dibattuta vista la misera, per non dire riluttante, partecipazione al voto.

Cosa sono stati chiamati a votare gli italiani? Quanto se ne sapeva sulla questione trivelle? 

Le schede elettorali presentavano un semplice quesito.
“Tu, cittadino italiano, vuoi che i permessi per estrarre idrocarburi entro le 12 miglia marine dalla costa (circa 20 km) debbano durare fino all’esaurimento del giacimento oppure fino al termine della concessione?” 

In sostanza, se il quorum fosse stato raggiunto le piattaforme collocate attualmente in mare sarebbero state smantellate con la scadenza della concessione, senza poter sfruttare completamente il gas e petrolio nascosti sotto i fondali. Nulla sarebbe cambiato per le perforazioni su terra e quelle in mare oltre le 12 miglia, ne tantomeno sarebbero sorte variazioni per le nuove perforazioni oltre le 12 miglia già attualmente vietate.

Ad oggi, secondo il ministero dello Sviluppo economico, nei nostri mari ci sono 135 piattaforme, 92 delle quali sarebbero cadute sotto le grinfie del referendum. Quello che tutti si saranno domandati è quanto effettivamente le trivelle siano inquinanti e quanto sia pregnante il loro impatto ambientale. A rispondere in modo incalzante ci ha pensato il rapporto di Greenpeace pubblicato nel recente marzo.

La nota associazione ambientalista ha richiesto al Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (MATTM) di prendere visione dei dati relativi ai monitoraggi ambientali effettuati in prossimità delle piattaforme offshore presenti nei mari italiani. Delle oltre 130 piattaforme operanti in Italia, sono stati consegnati a Greenpeace i dati per il triennio 2012-2014 relativi a 34 impianti (tutti di proprietà di ENI) che scaricano direttamente in mare, o iniettano/re-iniettano in profondità, le acque di produzione. 

Ma andiamo con ordine. I monitoraggi sono realizzati da ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) con la committenza di ENI stessa. Tali monitoraggi prevedono analisi chimico-fisiche su campioni di acqua, sedimenti marini e mitilli (le comuni cozze) che crescono nei pressi delle piattaforme.Dal lavoro di sintesi e analisi svolto da Greenpeace il quadro che emerge è tutto anziché rassicurante. Laddove esistono limiti di legge per la concentrazione di inquinanti, questi sono spesso superati dai sedimenti circostanti le trivelle e analogamente, i tessuti dei mitilli sono intossicati di sostanze chimiche. I dati si ripetono pressoché costanti di anno in anno ma non risultano licenze ritirate, concessioni revocate o iniziative del Ministero dell’ambiente volte a intervenire sull’inquinamento e ripristinare la salubrità dei fondali. Insomma, a cosa servono questi monitoraggi se non prevedono sanzioni e impongono adeguamenti? 

In questa situazione ambientale critica si insinua anche il doppio ruolo ricoperto dall’ISPRA: da un lato l’istituto è esecutore per conto di ENI dei campionamenti, delle analisi chimico-fisiche previste dall’azione di monitoraggio e della stesura delle relazioni tecniche; dall’altro è (o almeno dovrebbe essere) ente super partes preposto alla valutazione degli esiti e risultati presentati nelle medesime relazioni, per conto del Ministero dell’Ambiente. In sostanza l’ISPRA valuta i piani di monitoraggio che essa stessa redige ed esegue per conto di ENI. Greenpeace continua scrivendo che non intende mettere in evidenza alcuna inadeguatezza formale bensì non può passare inosservato il fatto che l’organo istituzionale chiamato a vigilare sulla correttezza dei dati ambientali (e di conseguenza colui che dovrebbe tutelare il buon stato di salute del nostro ecosistema marino) operi su committenza di uno dei maggiori detentori di piattaforme offshore. 

Sulla questione trivelle non esita a dire la sua anche Legambiente. L’associazione si è espressa in maniera molto approfondita sia con un dossier dall’eloquente titolo “Sporco petrolio” sia con una proposta a base di energie rinnovabili. “Sporco petrolio” attacca duramente il settore petrolifero definendolo come il motore di un sistema fondato sullo sfruttamento indiscriminato di risorse naturali e pervaso da pratiche globali di corruzione e malaffare. Alle radici di queste tendenze corruttive vi è proprio “la sproporzione fra la forza contrattuale ed economica messa in campo dai singoli operatori economici titolari e/o gestori degli impianti e la debolezza politica ed economica dei territori dove insistono realmente le piattaforme estrattive”. E di debolezza politica l’Italia ne sa qualcosa. La stessa Legambiente però continua a gran voce con una proposta volta a definire una diversa cornice normativa che consenta lo sviluppo di innovazioni nelle forme di autoproduzione energetica da fonti rinnovabili. Tale proposta è impregnata di idee di cambiamento volte a modificare radicalmente il sistema energetico italiano dimostrando come l’autoproduzione possa apportare numerosi vantaggi in termini di riduzione dei consumi energetici, importazioni di fonti fossili ed emissioni inquinanti. 

Probabilmente, tra tutti i dati, quello più sconcertante resta comunque il 31,9% di partecipazione al voto. 

Ma forse solo “quando l’ultimo albero sarà stato abbattuto l’ultimo fiume avvelenato, l’ultimo pesce pescato, vi accorgerete che non si può mangiare il denaro” (Sioux, Capo indiano d’America).

lunedì 18 aprile 2016

Written by Chiara Crognoletti

The Netherlands are now the second country in terms of electric cars on the road: 4% of all cars sold last year were electric. But where does the power comes from? The country recently built three new coal-fired power plants, which supply the increasing demand of electricity.

Thanks to tax incentives and the high cost of gasoline, electric cars are becoming more and more popular. However, countries that get most of their energy from dirty sources could actually worsen their pollution, shifting CO2 emissions from the cities to the outskirts. This is the case of China, where sales of electric cars are increasing but where energy mostly comes from coal.

The Netherlands are the ideal place to develop the market of electric cars: the country can be easily crossed on a single charge, it is easy to install plugs in the streets and the taxi fleet is turning electric. However, even if they are increasing the proportion of clean energy, coal still provides 30% of the electricity and the country is probably going to miss the 2020 emission goals set by the EU.

Experts say that benefits from electric cars vary widely, depending on the electricity mix: if electricity mostly comes from coal, a gasoline car could be better than an electric car. The Netherlands still have some work to do in this regard: wind power and solar energy could be better exploited to develop an effective market for electric cars, actually helpful in the reduction of pollution.

giovedì 7 aprile 2016

Written by Bianca Thiglia


There is a great focus on what’s going on with indigenous people of the Southern world, their strife to protect the environmental conditions of their lands and the not always mild reactions of both the private and the public sector.
But less attention is given to the defined developed countries, especially to the conditions of indigenous people inhabiting a nation that is revered for its tolerance: Canada. They are the so called First Nations, usually pictured in maintained by public subsidies reserves. Despite their only formally stable integration, they keep on fighting to protect the land they have never legally given up, the same land that provides the natural resources Canadian economy is based on. 

The Algonquins of Barriere Lake have never signed a treaty giving up their rights to their 10,000 square kilometres territory. It has been estimated that 100 million dollars might be harvested from it annually by the natural resources industry (energy, hunting, logging). The Algonquins live in third-world conditions though and their peaceful protests are being silenced with physical coercion.


Rally against Kinder Morgan oil pipeline on Burnaby Mountain

A similar aggressive approach has been employed with the Lubicon Crees. They too have never signed a treaty ceding their land rights but see oil and gas being removed by their traditional territory. A sour gas flaring resulted in an epidemic; the 2011 oil spill polluted their land that is now widely abandoned by animals. This made the community not self-sufficient anymore.
British Columbia is seeing its stunning and unique biodiversity, centred on the Great Bear rainforest, being dismantled, torn between pipelines projects opposed by an institutionalized First Nations resistance. 

But the first steps about the recognition of unceded land are happening. In Summer 2014, a court ruling recognized the aboriginal title of the Tsilhqot’in nation to 1750 sq km of their territory in British Columbia: the right to manage their land and benefit from its economical benefits even though not to ownership. The ruling affects all the never-signed-away or conquered territories of Canada. First Nations are starting to act accordingly and the Tsilhqot’in already moved for the safeguard of their environment by announcing their own policy on mining, even excluding part of their land from the practice. 


Rally against Kinder Morgan oil pipeline on Burnaby Mountain

But Canadian Government is already organizing a dispossession by negotiation to limit the implications of such facts. First Nations are demanded to extinguish their right to 95% of their traditional territories in return of money and land parcels. This would push for a private property organization of the area, a method that strongly contrasts the long lasting stewardship on indigenous people. They also were forced to incur in a considerable amount of debt in order to costly prove their land rights. Most of tribes have not signed the deals yet. They remain an obstacle to the fossil fuel industry.
This may seems controversial in a moment of economic crisis but few weight the environmental crisis that is happening in parallel accordingly. Thanks to the stewardship of indigenous tribes, the “unceded” status of vast territories might not be a threat but of great value instead. Moreover, it is strongly related to the self-determination of communities that have their land as the root of their culture. “Our songs, our place names, our history, our stories – they come from the land that we are a part of. All of it is interrelated with who we are.” is a comment from Tsilhqot’in chief Roger William.
It has to be remembered though that the image of tolerance of the Country might induce to the perception of an egalitarian context. Residential Schools, one of the worst things that Western people did to Natives in Canada, just ceased their existence between the 80s and the 90s after several criminal suits. They were designed throughout the 19th century under the motto “kill the Indian in him and save the man” and were compulsory institutions for First Nation pupils. The boarding schools aimed at annihilating the cultural heritage –including the use of their mother tongue- of the youngsters before reintroducing them in their reserves. Their curricula were simplified in order not to empower the students. This is only one of the means of cultural suppression towards native communities that are still induced to live in marginalization.