venerdì 26 maggio 2017


Written by Eleonora Rizzo

Close your eyes. What would be your first thoughts if I mentioned Dubai or Abu Dhabi?
I guess you’ll start by picturing desertic landscapes and majestic dunes under a burning sun, and then, gradually, you'll see the city, with its breathtaking skyscrapers and hundreds of flashing lights. Unbridled luxury, artificial islands, opulence, this is what we would normally associate to the United Arab Emirates. 

However, many ignore that there is a secret story behind all that glitter and gold. The UAE are hiding a quiet but firm intention to take the leads towards a new and more sustainable way of living. A green revolution is moving forward under the sun of the Persian Gulf.

Economic overview and the dependence of oil

According to the Oil & Gas Journal estimates as of January 2017, the UAE holds the 7th largest proved reserves of oil in the world at 97.8 billion barrels, with most of the reserves located in Abu Dhabi (approximately 96% of the UAE’s total). Although oil exports still account for the largest share of GDP , the UAE are on their way towards a successful diversification of the economy. After the oil price crash in 2015, the central government set the goal to reduce oil contribution to GDP to 20% by 2020. In the meantime, there has been a generalised effort towards the promotion of innovation and sustainability in many other sectors. Favourable tax policies, strong transportation facilities and the establishment of 37 free trade zones make the UAE a very appealing business environment. 

The diversification of the energy sector

Unlike the case of European countries, the UAE's shift from fossil fuels (oil & natural gas) to renewables is mainly due to economic sustainability reasons rather than pure environmental awareness. Among the most important steps taken so far, there’s the $163bn in clean energy projects to ensure that the country’s power needs will be generated by renewables by 2050 and the creation of a solar power plant in Dubai by 2030. 

Nuclear energy investments are another important - and controversial - aspect of the story. The need to compensate for the country’s future energy demand without relying on fossil fuels, pushed the UAE government to pursue a peaceful nuclear energy program. Energy experts worldwide and government officials have called the UAE’s approach a “gold standard” for countries interested in exporting nuclear energy for the first time (Peaceful Nuclear Energy Factsheet, January 2010). The UAE’s branding of nuclear as a renewable source of energy will drive the nation’s economic development while reducing the country’s ecological footprint. It’s no secret that the country has one of the highest per capita carbon footprint in the world, 19.31 metric tons per person in 2014 according to Statista. Therefore, the urge to implement low carbon measures affecting both industries and individual consumption. Experts worldwide are still divided over the fact that nuclear could be included into a renewable energy program or not. Even so, nuclear represents a golden opportunity for a carbon intensive country such as the UAE where the dependence of the economy to natural gas & oil has become such a serious issue. 

Driving consumer behaviour

 Probably, the greatest challenge for UAE's government will be that of driving consumer behaviour towards more sustainable envrionmental practices. The shift in individual behaviour is aggravated by three key factor, which are :
  1. Absence of taxation both at an individual and corporate level that makes it very hard, now, to implement green taxes and set higher prices from clean energy sources.
  2. Extreme whether conditions making it impossible to live without air cooling systems
  3. The composition of society, constituted mostly by immigrants who stay in the country for just a few years. This represents a disincentive for the government to invest in environmental education.
An energy-efficient strategy will therefore need to address all these environmental issues from an integrated and coherent approach. UAE's strategy should include a tailored regulatory framework; a communications and information initiative to persuade residents, builders, and other stakeholders to reduce their energy consumption; and finally, R&D component to make sure the UAE is capitalizing on emerging technology to boost efficiency.




venerdì 5 maggio 2017

Scritto da Noemi Muratore

Ci sono parole che segnano un’epoca e “smart city” è sicuramente una di queste.



In un mondo la cui popolazione è in continua crescita e le cui esigenze cambiano in risposta all’introduzione di sempre nuove tecnologie, nasce questo concetto che sintetizza l’esigenza di creare città che sappiano adattarsi perfettamente alle innovazioni introdotte dall’ICT, che in breve tempo siano in grado di trasformarsi in metropoli digitali e sempre connesse. Una “città intelligente”, dunque, è un’area urbana sviluppata progettata in modo da creare sviluppo economico e alta qualità della vita, attraverso l’impiego della tecnologia integrata e l’ottimizzazione delle risorse, principalmente in ambiti chiave quali mobilità, comunicazione, economia, lavoro, ambiente, amministrazione ed edilizia.

Sostenibilità ed efficienza sono le parole chiave per diventare una “smart city”, ma vi è un terzo fattore imprescindibile, che ancora in pochi tengono in considerazione: la comunicazione. Una città intelligente comporta comunicazione tra persona e persona, tra le persone e le agenzie, tra i cittadini e gli spazi comunali, ponendo l'individuo al centro di ogni processo. Essa deve facilitare la condivisione di conoscenze, informazioni, esperienze, ponendo al centro della propria crescita le tecnologie più avanzate. Una delle città che fino ad oggi è stata maggiormente in grado di far proprie queste tre caratteristiche è la capitale della Corea del Sud: Seul.  Lo slogan di Seul capitale intelligente è "Seul a city of happy citizens and a city beloved by the world". La capitale coreana vuole diventare una città che conosce realmente e utilizza al meglio le tecnologie smart, eliminando il digital divide. 

Il progetto di Seoul smart city è focalizzato sulla creazione di un rapporto più collaborativo tra città e cittadini e sulla implementazione e diffusione, in tutti gli aspetti della vita quotidiana, dell'innovazione tecnologica e dell'ICT. Naturalmente lo scopo di questa massiccia digitalizzazione non è semplicemente quella di diffondere le tecnologie più avanzate ma fare in modo che queste siano al servizio del benessere dei cittadini e consentano di ottimizzare tutti i processi in una chiave di sostenibilità ambientale e di migliore qualità della vita. L’evoluzione di Seul vuole dare importanza alla comunità, all’aspetto umano perché questa, come tutte le grandi metropoli del mondo, ha diverse contraddizioni da risolvere: squilibri sociali ed economici molto accentuati, alta densità abitativa, esclusione sociale, alti livelli di inquinamento, traffico congestionato. Per questo la sua innovazione prevede anche degli interventi di sostenibilità sociale, centrati sul rafforzamento delle condizioni dei cittadini meno abbienti e delle fasce più deboli, come anziani e disabili.


La digitalizzazione della capitale rientra all’interno del progetto “Smart Seul 2015” che si fonda su tre pilastri: diffusione infrastrutture ICT, gestione integrata della città, smart users. Tra le varie azioni intraprese risultano di particolare importanza quelle relative all’eliminazione del digital divide come la previsione di una rete wi-fi pubblica estesa in tutti i punti della città e la fornitura di molti servizi amministrativi attraverso devices e applicazioni per smartphone; è prevista, inoltre, la donazione degli apparecchi usati ma con tecnologia recente ai soggetti più disagiati al fine di diffondere sempre più l’utilizzo di questi strumenti. Attraverso gli smartphone i cittadini potranno ottenere informazioni amministrative e potranno anche presentare querele e reclami, grazie a servizi Location-Based (LBS). Una delle molte iniziative è U-Health Care, che fornisce check-up e consulti in ambito sanitario grazie ad apparecchiature mediche all’avanguardia telecomandate e dispositivi intelligenti.

Ma il progetto si spinge ben oltre la sfera individuale, ponendo l’attenzione anche sull’efficienza energetica, grazie a reti basate sullo smart metering e le smart grids e all’utilizzo di LED nelle metropolitane, e sulla sicurezza informatica ed elettronica tramite l’installazione di un sistema di telecamere a circuito chiuso. Interessante, infine, è anche il concetto di smart work: la città mette a disposizione numerosi centri in cui chiunque può servirsi di apparecchiature ICT per video chiamate e video conferenze e data centers basati sul cloud computing.

venerdì 28 aprile 2017

Scritto da Camilla Mariani


Giorno dopo giorno, sotto ai nostri occhi, si sta verificando una delle più grandi estinzioni di massa (la sesta nella storia della nostra Terra) che sta distruggendo la biodiversità del nostro Pianeta.
Le specie si stanno estinguendo a tassi mai visti prima: secondo gli esperti, entro la fine del secolo, il 50 per cento delle specie viventi rischia di scomparire e la questione è a dir poco allarmante.
John Knox, professore di diritto internazionale alla Wake Forest University e relatore speciale Onu sull’Ambiente e i Diritti Umani, non ha esitato a trattare l’argomento nel suo ultimo rapporto presentato all’Onu.

L’esperto evidenzia il legame sotteso tra diritti umani e biodiversità.
Secondo l’opinione di Knox, “il pieno godimento dei diritti umani, inclusi il diritto alla vita, alla salute, al cibo, all’acqua, dipendono dai servizi forniti dagli ecosistemi. La fornitura di servizi da parte dell’ecosistema dipende dalla salute e dalla sostenibilità degli ecosistemi stessi, che a loro volta dipendono dalla biodiversità”. 
La sua visione è molto più realista di quanto sembri; nel suo report afferma che le norme sui diritti umani non sentenziano in modo assoluto che l’ecosistema resti lontano dall’azione umana.
Lo sviluppo economico e sociale dipende, infatti, dall’uso dell’ecosistema, includendo, nei casi più appropriati, la conversione di quest’ultimo in sistemi “human-managed”, quali ad esempio pascoli e territori coltivabili.
Per supportare il continuo godimento dei diritti umani, tuttavia, questo sviluppo non può fare un uso sfrenato dell’ecosistema e distruggere i meccanismi naturali dai quali dipendiamo; lo sviluppo deve essere sostenibile e per definirlo tale è necessario avere ecosistemi sani.
Tra le cause principali alla base della perdita di biodiversità, quasi sempre è individuabile l’azione dell’uomo, il quale, però, rischia di pagarne le più gravi conseguenze.
L’impatto negativo dell’azione umana, nel corso del tempo, si è manifestato sotto una pluralità di aspetti: con l’alterazione degli habitat e l’introduzione di specie geneticamente modificate si sono verificati numerosi scompensi nell’equilibrio ecologico.
L’inquinamento ha compromesso irreparabilmente i flussi energetici, la costituzione chimico-fisica dell’ambiente e l’abbondanza delle specie provocando un vero e proprio cambiamento climatico di portata irreversibile.
Un’altra manifestazione di questi fenomeni (umani) distorsivi si è concretizzata, inoltre, in un sovrasfruttamento delle risorse: le sfrenate pratiche di cattura e raccolta non lasciano sufficiente tempo alle specie per riprodursi.

Presentando il rapporto all’ Onu, John Knox ha invitato le nazioni a minimizzare i danni causati agli ecosistemi e alla biodiversità. È importante ricordare come la biodiversità di un ecosistema o specie ne determini la capacità di reagire e adattarsi a mutamenti e perturbazioni ambientali, quindi, in ultima analisi, ne determini la sopravvivenza.
È necessario passare dalla teoria alla pratica nel minor tempo possibile: in gioco non c’è soltanto l’equilibrio ecologico del nostro Pianeta, ma la sopravvivenza della diversità culturale, valoriale ed etnica di intere comunità rurali che affondano le proprie radici nelle sinergie alla base della biodiversità.

mercoledì 26 aprile 2017

Scritto da Valentina Tringali

Sostituire un tetto standard con un tetto verde amorevolmente adornato da piante o da pannelli solari sempre più trendy può fare miracoli per ridurre l'impronta di carbonio di un edificio.
I pannelli solari sul tetto sono un'opzione sempre più accessibile: il prezzo medio di un impianto fotovoltaico residenziale è gradualmente diminuito, a partire da $ 2.40 al watt nel 2012 a $ 1.58 al watt nel marzo di quest'anno, secondo l'indice dei prezzi PV di Solar Choice.

Un tetto di un edificio può essere utilizzato per molto più della semplice raccolta dei raggi solari. Infatti, i tetti cosiddetti freddi mirano a fare esattamente l'opposto, riflettendo quanto più possibile l'energia del sole. Un tetto piatto al sole di mezzogiorno riceve circa 1.000 watt di luce del sole per metro quadrato. Un tetto scuro assorbe gran parte di questa energia, riscalda il tetto e l'edificio sottostante, nonché l'aria circostante. I condizionatori che succhiano questa aria calda possono ulteriormente esacerbare i requisiti di raffreddamento dell'edificio.

"Se hai un tetto freddo, questo problema può essere eliminato", afferma Geoff Smith dell'Università di Tecnologia Sydney, specialista in tecnologie per il tetto verde.

Il modo più semplice per riflettere i raggi del sole è quello di dipingere un tetto bianco - qualcosa che i Greci hanno fatto per secoli. Un tetto bianco riflette circa l'85% della luce del sole che lo colpisce - almeno quando è pulito - e riscalda solo alcuni gradi più caldi della temperatura dell'aria esterna. Un tetto nero, al contrario, può riscaldarsi raggiungendo più di 80 ° C, secondo l'esperto di costruzione sostenibile Chris Jensen dell'Università di Melbourne.

"Sulle mattonelle di un tetto nero potresti friggere un uovo, e su un tetto freddo potresti camminare a piedi nudi", dice Jensen-

Recentemente, il gruppo di Smith ha prodotto rivestimenti dei tetti che mantengono le temperature ancora più basse della temperatura ambiente. Essi raggiungono ciò riflettendo la luce del sole tramite fogli di plastica sottili - simili a un involucro di plastica - spesso combinati con strati di argento e altre nanoparticelle riflettenti.

A differenza dei tetti verdi, che possono richiedere notevoli infrastrutture per essere sostenuti, i tetti freddi possono essere ottenuti con un rivestimento verniciato su un tetto già esistente. Mentre il bianco riflette la luce più visibile, i tetti colorati possono essere resi più freddi rivestendoli con materiali studiati per riflettere la luce nello spettro a infrarossi, che contribuisce anche alla quantità di calore che ottiene un tetto.
I vantaggi di un tetto freddo si estendono oltre l'edificio in cui si trova. L'aria riscaldata che si trova sopra i tetti scuri è un grande contributore all’innalzamento delle temperature urbane di tre o quattro gradi. La modellazione del riscaldamento urbano a Chicago ha stimato che la temperatura dell'aria sopra i tetti freddi sarebbe stata ridotta di 7-8 °C rispetto ai tetti convenzionali. I tetti freddi hanno superato anche i tetti verdi - per circa un grado.
Anche i risparmi energetici sono grandi. L'aumento della riflettività del tetto da 10-20% a circa il 60% può ridurre i costi di raffreddamento di un edificio di oltre il 20%. Ma non tutti gli edifici ne beneficiano: un appartamento o un blocco di uffici di un grattacielo non riceverà in nessun posto gli stessi vantaggi di un magazzino, centro commerciale o aeroporto a bassa quota, o anche di una abitazione a un solo piano. Come ulteriore vantaggio, il lavoro di Jensen e dei suoi colleghi ha dimostrato che i pannelli solari installati su un tetto freddo producono quasi il 7% in più di elettricità in rispetto a quelli installati su un tetto convenzionale.

Nel 2009, i ricercatori del Lawrence Berkley National Laboratory degli Stati Uniti hanno stimato che circa 24 gigatoni di emissioni di anidride carbonica all'anno potrebbero essere compensate se le città del mondo adottasserp tetti freddi - non male dato che le aree urbane rappresentano solo l'1% della superficie terrestre. L'offset per una singola casa con un tetto di 100 mq è di circa 6 tonnellate di anidride carbonica - un pezzo decente delle 26 tonnellate pro capite di gas a effetto serra che gli australiani stanno emettendo.

Una critica sui tetti freddi è che i vantaggi del raffreddamento in estate possono essere superati da un aumento della domanda di riscaldamento in inverno. Ma secondo Smith, i tetti sono raramente i principali colpevoli di perdita di calore negli edifici australiani.

Una delle principali sfide, dice Smith, sta nell’affrontare il problema estetico. Anche se i tetti più chiari diventano sempre più popolari nel clima più caldo del Queensland, dice, "molta gente ha timore all'idea di un tetto bianco".
Written by Matto Giobbe



The fast pace at which tech market is developing is stunning. In the latest years, fields such as artificial intelligence, robotics, the Internet of Things and autonomous vehicles gained a central role in the world wide scenario. Big Tech companies started investing heavily in innovative start-ups, expanding their businesses into the artificial intelligence market. Alphabet Inc. launched its venture capital found GV (formerly Google Ventures) in 2009, aiming to provide the right tools to support the growth of promising technology companies. Microsoft did the same in 2016, founding Microsoft Ventures. AI, robotics and IoT are markets that could, and probably will, worth billions of dollar and Tech Giants are fighting to obtain the most innovative start-ups in order to play the game as first movers. 

Market growth
The worldwide revenues for cognitive and artificial intelligence will reach $12.5 billion in 2017, according to the forecasts from International Data Corporation (IDC). With an expected compound annual growth rate (CAGR) of 54.4% through 2020, Tech Giants are willing to continue the aggressive acquisition strategy shown in 2016, when at least 40 AI start-ups were assimilated. Expected revenues for 2020 should exceed $46 billion, which makes the market even more appealing for investors. 


  
The automotive sector took a step ahead in this direction. Driverless cars represent a huge driver for these investments, creating a flourishing environment where tech companies want to compete. NVIDIA and Waymo are investing in autonomous driving solutions as well as Tesla and Uber. Almost 20% of NVIDIA’s revenue came from its data center and auto segments in the last quarter.
Although the automotive sector held the largest media exposure, the potential of growth of AI in the next years it seems that will be related to the consumer services’ industry. 

Help your business become “customer-obsessed”
The adoption of natural language processing is gaining a central role in this sector, especially in retail. Online shopping is providing a huge amount of data to work on, and AI is a great instrument to perform a finer consumer experience. “Understanding things like social profiles, movement, weather, and behaviour, AI can help marketers understand at a more granular level what consumers want and need” is how IBM’s first CMO, Michelle Peluso, thinks AI could reshape markets.
Forrester predicts that customer data driven projects will increase by 75% in 2017 and one third of companies are willing to introduce big data solutions in the next year. In order to accelerate the digitization of their business processes, companies must reinvent their business model, providing tools that could support the shift into the digital era.

Customer service is now very critical in the long-term success of businesses. Amazon pursue one of the best example of this trend, structuring a customer-based service that is built on the customer Journey. Just think about a service such as Amazon Go or a product like Amazon Echo. The first envision a convenience store without checkout lines, the latter your personal intelligent assistant. Both aim to get closer to the customers, responding to their needs in an efficiently and smart way.
Technologies will help chase this goal. Companies have been introducing big data tools to provide customer journey analytics and perform a better segmentation, achieving better performance thanks to their abilities to make smarter decisions and improve strategic planning. 

AI potential
The potential for AI is limitless and runs across almost all the industries. The next 20 years could drastically change the way we approach life. Start-up like Banjo, could literally change the way we see the world. The objective of the company is to build the first world’s “crystal ball”. In an era where we are constantly overwhelmed by information and content, just imagine a tool able to “instantly collect and organize the world’s social and digital signals, giving an unprecedented level of understanding of what is happening anywhere in the world, in real time”. And it was just to mention one.

IDC is also forecasting that education will see huge growth in AI spending over the next years. In order to keep the pace with the job market, education system should provide the new competencies that will be required to support the growth of AI. Computer programming will gain a prominent role, which means that the job market will be redesigned for engineering and coder positions. 
IT skills will be necessary to keep up with the technology development, but the game is in the hands of educational institutions that bear the responsibility to infuse the knowledge required to perform the jobs of the future.

mercoledì 19 aprile 2017

Scritto da Andrea Ballor


La distruzione delle barriere coralline a livello globale causata dall’innalzamento delle temperature, potrebbe arrivare a costarci più di 1 triglione di dollari.
Lo sostiene un report dell’Australia’s Climate Council. Con la perdita della Grande Barriera Corallina soltanto, l’Australia perderebbe più di 1 milione di visitatori all’anno e 10.000 posti di lavoro, risultando in una perdita netta di circa $1Mld per il Paese. Si tratta del più grande caso di scolorimento dei coralli registrato, e va avanti dal 2014.
Secondo Lesley Hughes del Climate Council, questa devastazione è dovuta all’innalzamento delle temperature degli oceani. Senza il surriscaldamento globale, eventi del genere sarebbero virtualmente impossibili. 
Il governo australiano si sta già muovendo in questo senso, offrendo incentivi agli agricoltori per l’adozione di tecniche più sostenibili. Questo è un buon esempio di come la collaborazione pubblico-privato possa essere una delle strategie per far fronte al pericolo di perdere per sempre le barriere coralline.
Nonostante ciò, in Australia nel 2016 si sono prodotte lo 0,8% in più di emissioni rispetto all’anno passato e l’apertura delle nuove miniere di carbone nel Queensland, di certo non ha aiutato. Inoltre, secondo un sondaggio appena condotto dall’Australian Research Council, lo sbiancamento di massa che ha colpito i coralli negli ultimi 3 anni ha portato alla distruzione di circa due terzi della Barriera.
È un errore creare una dicotomia tra economia ed ecologia. Specialmente in questo caso. La Grande Barriera Corallina è uno dei più importanti asset economici australiani. Porta annualmente $7Mld nelle casse dello stato e supporta la vita di più di 70.000 persone.




lunedì 17 aprile 2017

Scritto da Letizia Ingaldo


Ciò che il secolo scorso era necessità di autoproduzione oggi è diventato qualcosa di cui essere orgogliosi: dal km0 il passaggio al “Passo0” è stato veloce. Ed è ormai obiettivo del nostro tempo

L’agricoltura urbana consiste nel coltivare, trasformare e distribuire il cibo all’interno di contesti urbanizzati o peri-urbani come città e villaggi. Le ragioni di fondo sono molteplici: dal giovane radical che ne fa una questione di sicurezza alla fonte, ai ceti più svantaggiati cui i comuni danno in concessione parti di terreno non usato per farne orti, come ad esempio il bando ColtivaMi del comune di Milano. E le superfici date in comodato d’uso superano ormai i 3.5 milioni di mq nei capoluoghi italiani. Per non parlare di tutte quelle porzioni abbandonate tra edifici, aiuole, che grazie ai guerrilla gardner hanno recuperato funzione e vitalità con piantagioni miste tra fiori e ortaggi, gestiti in modo autonomo.
 Comune a tutti è la motivazione: conoscere il processo di produzione di ciò che si mangia, controllare qualità e salubrità del cibo, specie dopo che le analisi su componenti e proprietà nutritive di ciò che acquistiamo hanno fatto emergere in modo palese che la grande produzione/distribuzione agisce per lo più in termini quantitativi a discapito del contenuto. Così, ciò che il secolo scorso era necessità di autoproduzione è diventato un plus, qualcosa di cui inorgoglirsi. Tanto che oggi non si parla più solo di km0 (distanza tra luogo di produzione e quello di consumo), ma di “Passo0”. Un obiettivo/slogan anche grazie ad una serie di “urban farm” sorte negli ultimi anni. 

Nel mondo si stima che solo il 20% del cibo consumato è prodotto dentro le città e che 800 000 milioni di persone coltivano nelle aree urbane. E se, come afferma la FAO, nel 2050 avremo superato i 10 miliardi e due persone su tre vivranno in aree urbane, è palese come l’agricoltura urbana possa svolgere un ruolo cruciale per le necessità alimentari delle città.

L’altro fronte aperto è il controllo sugli alimenti e analisi ufficiali hanno stabilito che nel 50% delle piante prodotte in alcune città si supera il limite di metalli pesanti consentito dall’UE. Allora che fare? Meglio salire in altezza: coltivare sui tetti e terrazzi di edifici offre più vantaggi: più spazio disponibile, esposizione alla luce solare, vicinanza ai luoghi di consumo. Sono nate così una serie di Urban Farm sopra edifici dismessi: a New York c’è Brooklyn Grange, oltre due ettari coltivati sul tetto di un edificio abbandonato dal 2010 grazie a volontari, mentre a Chicago Gotham Greens è uno dei più grandi produttori di ortaggi in serre tecnologiche con illuminazione al Led. Ora distribuiscono le loro insalate senza pesticidi in tutti gli Stati Uniti e sono modelli d’impresa per studenti e giovani imprenditori. In Europa tra i progetti più noti e redditizi c’è Østergro a Copenaghen, fattoria con 600 mq di coltivazione situata sul tetto di un edificio, primo esempio in una città scandinava. O Dakkaker a Rotterdam, garden project gestito da architetti che l’hanno realizzato anni fa sul tetto di un edificio antico. Una progettualità così influente che la Mairie di Parigi ha messo a punto un piano: “Paris au vert 2014-2020”, per un milione di mq di tetti e pareti verdi, di cui un terzo dedicato alla produzione di cibo, inserendo l’agricoltura urbana nelle scuole con alveari, frutteti e orti.

Dal vaso al piatto il passo è breve e crescono i ristoranti con l’orto attiguo: sul terrazzo all’Hotel Milano Scala, o in una fattoria, al Venissa di Venezia e al De Kas, situato nelle serre di Amsterdam che negli anni venti rifornivano le città.
Il piacere di mangiare e soprattutto il piacere di offrire una cena a “Passo0” è una conquista, ma spesso anche una necessità quando si tratta di prodotti di ottima qualità e basso impatto ambientale.

venerdì 14 aprile 2017

Written by Bianca Thiglia

China has announced the project for a natural park that would span over a territory 60% larger than the Yellowstone. It will be bordering with Russia and North Korea, in the north-east part of the country, and dedicated to the conservation of the critically endangered Amur tiger and Amur leopard. The new protected area will so be 14,600 square kilometres wide and integrated in the 2020 strategy that would see the piloting of 9 parks throughout the national territory. Chinese biodiversity is one of the greatest on the planet and this new policy of “ecological civilization” –stewarded by president Xi Jinping himself- could be the first structured attempt at preserving it. The park system would indeed allow for ecological corridors, connecting old and new reserves and allowing wildlife to thrive and roam. 



The western concept of natural parks is new to China. It was pioneered by the US as a model that then spread throughout the continents. Chinese officials are not hiding their taking inspiration by the Yellowstone case itself, building a consulting and management team that highly relies on American experts. This new system will integrate the current one based on a myriad of protected areas where mismanaged law enforcement does not prevent high rates of exploitation and poaching. 

A grim example is the park of Zhangjiajie, one of the most popular of the country. The beauty of its stunning and unique karst canyons inspired the setting of the movie “Avatar”. But its popularity marked its transformation into a trap for tourists, where busses come and go from early morning to sunset and crowds of visitors queue in front of the gates of the most renowned photographic spots. There even is a McDonald on the main peak, plastic Avatar creatures posing for selfies, glass elevators ease tourists’ hiking and dozens of people are constantly heard screaming from one mountaintop to another. Not exactly a safeguarded shelter for wildlife. 

It is to be seen which orientation, with their unprecedented management structure, the new parks will take. Whether still tourist-oriented or naturalistic, the initiative surely represents a massive step, potentially carrying a leadership status of China in conservation of critical species. And public officials are determined to lead the process with cold efficiency. Residents communities are planned to be relocated to clear the newly protected areas. Some will still be allowed to live within their borders, offered park-related employment such as rangers or guides. 

Human-wildlife conflicts (HWC) are another aspect not to be neglected. They are emerging with the recovery of big cats’ populations, farmers seeing their livestock falling victim of occasional preying. Every loss is supposed to be reimbursed by the government but examples from all over the world –including Italy and its uncertain management of wolves’ comeback- show the insufficiency of this measure. Coexistence between human communities and wildlife is possible but only with a concentrated effort based on prevention, education and institutional support. Where farmers have been abandoned, retaliation skyrocketed, resulting into hostility and the poaching that was one the leading causes that brought predators on the brink of extinction. 
To effectively implement its ambitious parks system, China might need to further leverage on the western not-so-successful experience on HWC mediation. Without a strong institutional response to rural communities’ needs, the overcoming of the challenges of conservation will be out of reach. 


[Photo n.2 credit: Ronnie Macdonald - Amur Tiger, https://www.flickr.com/photos/ronmacphotos/11065832704/]



mercoledì 12 aprile 2017

Scritto da Noemi Muratore

In occasione del Salone del Mobile di Milano mi sono recata ad una delle esposizioni del Fuorisalone, l’insieme degli eventi che si sviluppano in parallelo nel cuore della città. L’installazione denominata “this will be the place” organizzata da Cassina, azienda italiana di arredamento, è ospitata presso la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, in una struttura fatta di vetro e cemento che ha la classica forma di una casa stilizzata e che sposa perfettamente l’indirizzo architettonico della nuova Milano. Al quinto e ultimo piano del palazzo, tra le vetrate che si affacciano sull’Unicredit Tower e una biblioteca piramidale, ho scoperto Kar-a-sutra, la folle concept car progettata nel 1972 da Mario Bellini su proposta del MoMA di New York, museo all’interno del quale fu poi esposta. Precursore delle future monovolume, si tratta di un modello in cui la funzionalità, in questo caso intesa come abitabilità interna e comunicabilità fra gli utilizzatori, si accompagna alla fantasia, all’eccentricità, all’anticonformismo.

Nel pieno sviluppo dell’industria automobilistica, Bellini si oppone alla concezione di una macchina che ci farà morire, che soffoca le nostre città, che ammorba l’aria e che ci stordisce con i suoi rumori; ma allo stesso tempo vuole sconvolgere quella che è l’idea dell’automobile nell’immaginario collettivo, all’interno della quale possiamo entrare, sederci, fumare, pensare, forse anche leggere, parlare con il passeggero in fianco, accendere la radio, sbirciare il paesaggio e uscire. Ma nonostante tutto questo e per tutto questo egli vuole ripensare l’automobile mettendola in contatto con l’uomo, rendendola uno “spazio umano mobile”, dove si possa stare comodi, dove ci si possa sdraiare, dormire, sorridersi, conversare guardandosi, alzarsi in piedi, cambiare posto. Per fare ciò Bellini non si preoccupa di progettare un’auto più pulita, sicura o silenziosa, bensì una vettura fatta interamente di acciaio strutturale e vetro, che possa mettere in contatto i viaggiatori con l'ambiente esterno.



Kar-a-sutra si pone l’obiettivo di abbattere una realtà in cui gli automobilisti vengono gerarchicamente classificati in base ai centimetri cubici, al numero di cilindri, ai cavalli, all’accelerazione da fermo e alla velocità massima, in cui i guidatori si lasciano troppo facilmente fregare dalle strategie di marketing, per creare una macchina che sia spazio umano in movimento, che sia spazio per accadimenti più significativi, che sia mezzo più efficace per la nostra ansia di comunicare e conoscere.

Qualcuno potrebbe sostenere che in realtà questa automobile, o per meglio dire questa idea di automobile esiste già e si chiama roulotte, tuttavia il tratto essenziale che distingue alla base i due modelli è il concetto, è l’idea, è il fine per il quale sono stati creati. La roulotte vuole semplicemente riprodurre dovunque ed indifferentemente i riti domestici, Kar-a-sutra vuole invece sconvolgere, innovare, modificare il nostro modo di pensare e la nostra concezione di mezzo di trasporto.

“Aperti o chiusi, alti o bassi, si potrebbe fare il giro del mondo in due, portando tutto fuorché la tenda”.



venerdì 7 aprile 2017


Il Co-housing dal taglio ecosostenibile prende forma a Milano

Scritto da Lucia Palombi



Un sogno che diventa realtà

Milano, aprile 2017. È possibile secondo voi coniugare bellezza artistica e funzionalità ecosostenibili?

Secondo la community internazionale Cohousing.it la risposta è sì, e prenderà vita prossimamente con il primo progetto nel cuore della città targato COventidue s.r.l..
Vediamolo più nel dettaglio.

Arte, innovazione… e vicinato “green”

L’idea del Co-housing ha origine in Danimarca negli anni 60’ ed è oggi riconosciuta e messa in pratica in svariati Paesi del mondo, tra cui anche il nostro da 10 anni. La community, guidata dai costanti sforzi di professionisti e partner illustri, nasce con lo scopo di rigenerare aree abitative, creando rapporti di buon vicinato e gettando le basi per supportare gli abitanti soprattutto dallo stress della routine quotidiana. COventidue è dunque, non solo la realizzazione di una ristrutturazione di uno straordinario palazzo stile liberty sito in Corso XXII Marzo 22, ma anche un ulteriore e grande passo che Co-housing fa considerando il fattore ambiente. L’edificio è stato riprogettato dall’architetto Leopoldo Freyrie dello studio Freyrie-Flores, mentre l’operazione è supervisionata dall’arrangement finanziario di Harley Dikkinson Finance.

Inoltre il lavoro finale sarà caratterizzato da implementazioni tecnologiche a cura dell’ambiente e dall’impegno etico di Co-housing di cooperazione e supporto rispettoso tra vicini.

Comfort, innovazione e prezzi accessibili sono i goals fondamentali che la community si è prefissata e saranno garantiti su un’area di 60 appartamenti progettati su misura e ben 180 mq di spazi esterni con cortili, una sala polifunzionale, lavanderia/asciugheria, area giochi per bambini e tanto altro!

Inoltre, la veste “green” assunta dal nuovo edificio comprenderà un servizio gas-free, park-free e sarà interamente e-incentive: ciò significa che si promuoverà l’installazione di colonnine di ricarica per auto elettriche ed inoltre verranno adottate  tecniche di coibentazione come ad esempio un rimpianto di riscaldamento/raffrescamento a ventilazione con recupero di calore.

Come ciliegina sulla torta, è necessario sottolineare che le famiglie pronte per una scelta del genere potranno godere di sgravi fiscali in quanto l’immobile verrà riqualificato.

La parola all’esperto: are you sold on the idea?

Fin da subito, il progetto è risultato immediatamente sold out ancora prima dell’inizio dei lavori, iniziati nei giorni scorsi. Certamente ciò dimostra che la sfida attesa per rivoluzionare il modello tradizionale di mercato immobiliare è stata vinta grazie all’impegno di numerosi professionisti.
In conclusione si può sintetizzare il motto di Cohousing come segue: vita sostenibile e condivisione incontrano arte e design.

Ma come si riuscirà a rendere una mentalità così fresca virale nel futuro?

È pacifico che la leva essenziale della community riguarda la capacità di espandersi oltre i 25.000 iscritti e il concetto di “rete”.

Quest’ultimo termine, seppur molto in voga durante l’ultimo decennio, merita una spiegazione approfondita per essere compreso e coltivato nel concreto.

Fare rete significa creare dei legami tra persone, esprimere un linguaggio che miri ad essere impresso nel tempo e mai dimenticato.

La rete di Cohousing, dopo aver ricevuto un enorme successo con il progetto di Chiaravalle in una deliziosa cascina, chiede semplicemente più spazio e gente che faccia propri i suoi valori.

Così il futuro fatto di progresso ed intuizione scientifica rende la grande città più vivibile ed umana.