lunedì 28 novembre 2016

Scritto da Valeria Procoli 

Nata dall'idea di due giovani bolognesi nel 2013, 24Bottles è la startup che ha dichiarato guerra alla plastica. E combatte usando l’arma del design.

Come tutte le cose belle, l’idea è nata quasi per caso (durante una vacanza al mare!). La chiave del successo è stata però il coraggio. In quanti, non ancora trentenni, abbandonerebbero un posto fisso in banca, per inseguire un sogno? Beh, Matteo Melotti e Giovanni Randazzo lo hanno fatto, ed è stata una scelta vincente. Ora lavorano a Bologna, cercando non solo di far conoscere il loro prodotto al mondo, ma anche di sensibilizzare le persone rispetto ad una problematica che al giorno d’oggi non si può più trascurare: l’uso, e abuso, delle bottiglie di plastica. 

UNA BOTTIGLIA E NON UNA BORRACCIA
La bottiglia di plastica è, apparentemente, economica e soprattutto comoda. Talmente comoda che nonostante tutti sappiano quanto sia dannosa per l’ambiente e, a conti fatti, anche costosa, nessuno è disposto a rinunciarvi. Se né il costo né l'impatto ambientale riescono a convincere le persone, il design può però far cambiare idea a molti. 24Bottles lo ha capito e sta costruendo il proprio business attorno a questo. Chi compra il loro prodotto, infatti, non lo fa solo per soddisfare un bisogno, che banalmente è quello di avere a disposizione qualcosa con cui bere, ma anche perché possederne una significa avere in mano un oggetto di qualità e soprattutto di tendenza. 

Per questo motivo 24Bottles fa bottiglie e non semplici borracce.  Come afferma Gherardo Santi, responsabile della comunicazione della startup: “Con la borraccia ci vai in montagna, noi offriamo un prodotto da portare con sé tutti i giorni.” Ed infatti la versione da mezzo litro si chiama proprio “Urban Bottle”. 

DESIGN ITALIANO, APPREZZATO NEL MONDO
Nonostante sia italianissima, l’azienda è presente soprattutto all’estero, dove realizza ben l’80% del fatturato. Da quest’anno tuttavia sta lavorando per migliorare la propria presenza anche in Italia; per vendere, però, bisogna per prima cosa far cambiare abitudini agli italiani, ancora troppo legati alla bottiglia usa e getta.

Sebbene sia una piccola e giovanissima startup, sta inoltre entrando in nuovi mercati, più competitivi, come quello canadese e a breve quello americano. Qui, rispetto ai competitor, potrà contare su un vantaggio che in pochi hanno: le 24Bottles sono leggerissime.


UNA BOTTIGLIA SOSTENIBILE 
Solo avendone in mano una si può capire quanto effettivamente siano leggere (appena 117 grammi per la versione da mezzo litro). A fare la differenza è l'uso dell’acciaio, per la maggior parte riciclato, anziché del classico alluminio. L’utilizzo di questo materiale, che può stare direttamente a contatto con ogni tipo di cibo e bevanda, consente di non dover utilizzare alcun rivestimento interno di plastica, che con il tempo si rovina. Ciò rende la bottiglia ancora più duratura, e il risparmio di CO2 è enorme, basti pensare che la produzione di una bottiglia richiede lo stesso quantitativo di CO2 necessaria per produrne 7 usa e getta. Non male se si pensa quanti anni dura! 

L’obbiettivo è quello di riuscire a realizzare un prodotto completamente privo di plastica, che per ora è il materiale usato per il tappo.  Anche nel packaging la plastica è bandita, la confezione è infatti in cartone riciclato. 

UNA STARTUP GREEN E DINAMICA 
La squadra di 24Bottles è composta da 6 persone e in ufficio, come non è difficile immaginare, c’è una grande attenzione alla sostenibilità: si fa la differenziata, si cerca di andare il più possibile al lavoro in bici, e ovviamente è bandito tutto ciò che è usa e getta. 

Anche il sito è sostenibile, grazie all’adesione al progetto “CO² Web” di Rete Clima. L’azienda è inoltre membro della rete “1% for the Planet”, grazie alla quale si ha la possibilità di donare l’1% del proprio fatturato annuale per finanziare iniziative a sostegno dell’ambiente ed è stata da un paio di mesi riconosciuta come "startup innovativa". Insomma manca solo la certificazione di Benefit Corporation che, probabilmente, sarà uno dei prossimi step. 

Il segreto alla base di tutto? Aver capito che non basta offrire un prodotto green: per conquistare le persone serve qualcosa di più e, in questo caso, sono design e creatività a fare la differenza.  Touchè 24Bottles! 

mercoledì 23 novembre 2016

Scritto da Roberto Cippone

People. Planet. Prosperity. Sono queste le tre colonne portanti del 22esimo Rapporto annuale Responsible Care, il Programma volontario di promozione dello Sviluppo Sostenibile nell’Industria Chimica mondiale avviato nel 1984 in Canada e l’anno successivo in Europa. Tre “p” lungimiranti che oltrepassano i confini delle grandi aziende chimiche per influenzare le decisioni delle imprese manifatturiere di tutto il mondo, volenterose di migliorare la loro performance ed incrementare la loro competitività seguendo il nuovo paradigma della “economia circolare”.

La prima questione da prendere in considerazione si riferisce alla “avversione al cambiamento” che generalmente rallenta l’innovazione dei processi produttivi e decisionali in ambito economico.
Infatti, molto spesso l’ingresso della chimica nei meccanismi delle aziende è stato ostacolato da quella che è definibile come carenza di fiducia e da un approccio prettamente ideologico. Secondo quest’ultimo è dunque necessario attribuire molta importanza al consumatore, messo sul gradino più alto della piramide, non tenendo, però, in considerazione la posizione dei produttori e la loro volontà di perseguire l’efficienza nello sfruttamento degli input. Un approccio, inoltre, che considera come “eccessivamente costosa” la produzione e la raccolta di informazioni scientifiche, dato l’ingente investimento iniziale, e che non crede che questa possa essere d’aiuto ai processi decisionali.
Da un punto di vista economico, è chiaro che la raccolta di dati possa sembrare onerosa soprattutto nelle fasi iniziali ma bisogna pur prendere atto della presenza, sempre più trascendentale, di strumenti informatici all’avanguardia, in grado di rendere questa operazione nel complesso meno costosa e di ridurre l’impatto unitario di questi costi. Svolgere un’analisi prospettica nel medio-lungo periodo può davvero giovare alla situazione finanziaria e patrimoniale dell’azienda visti i numerosi benefici connessi.    

I risultati parlano chiaro: le emissioni inquinanti nell’atmosfera sono diminuite del 95% dal 1989, così come le emissioni del gas serra (in Italia ridotte del 62%) ed è stata raggiunta nel complesso una maggiore “efficienza energetica”.

Date queste considerazioni, può davvero essere la chimica considerata la nuova chiave del successo? Diventerà parte integrante della catena di produzione delle aziende moderne? Riuscirà la chimica a integrarsi con la tecnologia per allargare l’orizzonte dei benefici futuri, non solo economici? Ci sono grandi aspettative ma c’è ancora molto su cui lavorare, ma di sicuro la chimica entrerà sempre più negli schemi aziendali.

domenica 20 novembre 2016

Scritto da Matteo Giobbe
Smart Economy, Smart Living, Smart Environment, Smart Mobility, Smart People, Smart Governance. Queste le sei dimensioni con cui classificare una Smart city. L’obiettivo è quello di migliorare la qualità della vita, utilizzando la tecnologia per migliorare l’offerta dei servizi e venire incontro ad i bisogni dei cittadini.
Sono molte le città che si sono avviate in questa direzione e, grazie agli 80 miliardi stanziati dalla Commissione Europea per il progetto Horizon 2020, questo processo si sta sicuramente velocizzando. 

“The goal is to ensure Europe produces world-class science, removes barriers to innovation and makes it easier for the public and private sectors to work together in delivering innovation”.

Smart City Amsterdam

È con questo spirito di mutua collaborazione che è nato il progetto “Smart City Amsterdam”. L’iniziativa offre una piattaforma che permette la collaborazione tra municipalità locali, imprese, residenti ed istituzioni accademiche per la realizzazione di oltre 75 progetti. La piattaforma ridisegna completamente i confini della Governance, consentendo ai cittadini di collaborare direttamente per lo sviluppo sostenibile del proprio centro urbano, rafforzando così la dimensione “Smart People” di una città che si è fatta pioniera nell’applicazione di questi principi.
Grid Friend” è tra i progetti che vale sicuramente la pena menzionare. L’obiettivo è quello di condividere in maniera sostenibile ed efficiente l’energia rinnovabile all’interno di un quartiere. Coordinando l’offerta e domanda di energia, utilizzando una Smart Grid che gestisce lo stoccaggio e la distribuzione dell’energia tra le case, il distretto punta a diventare Energy Neutral.

Grazie all’adozione di contratti riconducibili al modello del partenariato pubblico-privato (PPP) è stata possibile la realizzazione di progetti di questo tipo. Le PPP si sono dimostrate uno strumento efficace e talvolta necessario per la trasformazione delle città, come dimostra l’intesa siglata nel 2014 tra il sindaco di Amsterdam ed il gigante dell’IT Cisco. Gli incentivi messi a disposizione dalle istituzioni spesso non sono sufficienti, e la necessità di abbracciare l’Internet of Everything per guadagnare un vantaggio competitivo rendono necessario l’intervento del settore privato.


Milano Smart City

L’Europa chiama, l’Italia risponde. Il comune di Milano ha recentemente aderito insieme a Londra e Lisbona ad un programma per la realizzazione di un distretto Smart ad energia quasi zero. Il progetto è supportato da varie istituzioni, sia pubbliche che private, tra cui Atm e Siemens.
La riqualificazione dell’area di Porta Romana/Vettabbia, insieme alla costruzione del nuovo Campus Bocconi, contribuiranno sicuramente a fornire maggiore slancio e competitività ad una città che sta già rivaleggiando con Londra per il primato in ambito finanziario.

giovedì 17 novembre 2016

Scritto da Lucia Palomba

“La scienza non è nient'altro che una perversione se non ha come suo fine ultimo il miglioramento delle condizioni dell'umanità”.
Con tali parole, e non solo, Nikola Tesla ha donato all’umanità una parte fondamentale di sé e del proprio immenso patrimonio culturale. 

Oggi, il mondo del nuovo millennio ne fa tesoro e mostra costantemente impulsi scientifici innovativi nel campo dell’ impresa delle energie rinnovabili, come ci suggerisce l’esempio dell’azienda Tesla Motors

Quest’ultima, nata per produrre auto elettriche, ha dapprima integrato la produzione lanciando sul mercato gli accumulatori e, di recente, è riuscita a coronare il proprio sogno presentando finalmente dei pannelli solari super rivoluzionari, definiti “tegole solari” o “Solar roof”. Proprio così, poiché i “tetti” del futuro appena proposti, saranno costituiti semplicemente da celle solari e non più da tegole e mattoni. 

Design e funzionalità proposti
Si tratta di pannelli molto particolari sia dal punto di vista estetico che da quello prettamente ambientale, poiché combinano l’esigenza di possedere un tetto solido e piacevole alla vista con il forte richiamo all’introduzione delle energie rinnovabili. Essi sono realizzati in vetro temperato e si riveleranno molto più resistenti delle semplici tegole viste fino ad oggi. 

Caratterizzate da graziosissimi modelli, le tegole tesla racchiudono ben quattro tipi di design: Textured Glass, Slate Glass, il Tuscan Glass che ci ricorda il tipico stile mediterraneo italiano ed infine lo Smooth Glass. Ce ne sono proprio per tutti i gusti! 

Andando più nel dettaglio, le tegole sono multifunzionali ma principalmente servono per produrre energia elettrica ed acqua calda, funzionando grazie al collegamento con la batteria Tesla Wanderwall 2. A differenza dei vecchi pannelli, l’introduzione del collegamento con tale strumento predispone la capacità di utilizzare l’energia solare 24 ore su 24 e 7 giorni su 7: in sostanza esso garantisce un’autonomia continua e non invasiva.  

La parola ad Elon Musk e visione dell’impatto sociologico
Per tale ragione, anche quando il sole non c’è si ha la possibilità di trarne beneficio con responsabilità ambientale e, come ha dichiarato l’Amministratore Delegato di Tesla Elon Musk (nonché presidente di SolarCity) alla mostra ufficiale dei nuovi prodotti, si tratta di un progetto per vivere un futuro integrato, arricchito da una macchina elettrica, un Powerwall e un tetto solare.

Le chiavi del successo dunque dovranno sempre essere bellezza, convenienza e prezzi accessibili affinché si stimoli l’avvicinamento delle persone alla cultura dell’eco-sostenibilità.

Una nuova vita attende i pannelli “responsabili”
Vi state chiedendo però se il Solar roof diventerà spazzatura dopo un lungo periodo di utilizzo? Niente affatto! 
Ognuno di essi è costituito da materiale recuperabile al 98% e potrà riscaldare comodamente tante altre case come la vostra. 

Conclusioni e riflessioni: sentirsi parte attiva in un Tutto
Tante sensazionali qualità sono quindi racchiuse in un’ invenzione che certamente merita una chiave di lettura positiva, poiché ci insegna che effettivamente è possibile far coesistere innovazione, bellezza e massimizzazione dei benefici con riguardo per l’ambiente. In fondo è madreterra la più grandiosa fonte di vita presente intorno a noi e si rivela ancora una volta una valida amica nell’abbattimento dei costi nelle nostre case. 

In conclusione, ognuno di noi avrà l’occasione di essere il protagonista concreto nella storia dell’innovazione sponsorizzando, al contempo, la rigenerazione del sistema ambientale. Basta semplicemente guardare oltre, facendo un passo verso un futuro migliore, sulle orme del Sig. Musk. 

Scritto da Noemi Muratore 

Immagina una metropoli. Immaginala multietnica e multiculturale, piena di grattacieli luccicanti; ultramoderna e ultratecnologica. Immagina una città dalle mille opportunità e immaginala anche verde: una città in cui i giardini si estendono verticalmente piuttosto che orizzontalmente. Infine, immagina anche di poter mangiare prodotti a chilometro zero. Non credi sia possibile? Ti sbagli, perché la nuova frontiera dell’agricoltura sono le fattorie verticali.

Secondo le stime della FAO, l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Alimentazione e l'Agricoltura, entro il 2050 oltre l’80% della popolazione mondiale risiederà nei centri urbani, con la conseguente diminuzione dei terreni arabili pro-capite che si assottiglieranno sempre di più con il passare degli anni se non saranno realizzati concreti miglioramenti alla qualità del suolo e allo sfruttamento intensivo. È esattamente per ovviare a questo problema che nasce l’idea di costruire delle fattorie che non occupino gli spazi di cui una normale coltura sviluppata orizzontalmente potrebbe necessitare. Le coltivazioni sarebbero maggiormente economiche e sostenibili portando ad una drastica riduzione dei costi di trasporto, sia economici che ambientali; tutto ciò, inoltre, potrebbe avvenire senza rinunciare alla  varietà di prodotti alla quale siamo abituati, essendo le fattorie in grado di sviluppare numerose tipologie di colture differenti.

A questo punto, però, sorge una domanda naturale: come è possibile coltivare in assenza di terreno? Ebbene esistono tre tipi di coltivazione in cui le specie vegetali usano altri supporti per rifornirsi di acqua e delle sostanze nutrienti necessarie per la crescita: stiamo parlando delle coltivazioni  idroponica, acquaponica ed aeroponica.

Nel sistema idroponico la terra è sostituita da un substrato inerte costituito, ad esempio, da argilla espansa, perlite, vermiculite, lana di roccia o fibra di cocco. Un sistema di irrigazione irrora il supporto di acqua e sostanze fertilizzanti, perlopiù inorganiche, necessarie per la crescita. Le fattorie verticali idroponiche in media hanno bisogno del 70% di acqua in meno di una coltura tradizionale; l’effettivo risparmio dipende dalla tipologia di inerte scelto. La crescita è del 50% più veloce ed inoltre con questo metodo si riesce ad ottenere un ottimo raccolto utilizzando l’80% di fertilizzante in meno rispetto ai metodi che presuppongono il consumo di suolo. Un esempio di fattoria verticale idroponica è la Vertical Harvest di Jackson Hole, che riesce a rifornire di verdure ed ortaggi a chilometro zero la località sciistica americana, producendo l’equivalente di 5 ettari di terreno in soli 400 mq.

La coltivazione acquaponica abbina la crescita di specie vegetali all’allevamento ittico. I liquidi di scarto delle vasche vengono utilizzati per irrigare le colture che crescono velocemente grazie alle sostanze fertilizzanti presenti nelle acque di scarico, che altrimenti andrebbero versate nei corsi d’acqua. Le piante si nutrono delle sostanze nocive e restituiscono acqua pulita alla vasca, diminuendo notevolmente il numero di ricambi completi necessari per la salute dei pesci. Con questo metodo di coltivazione si utilizza il 90% d’acqua in meno e le piante crescono direttamente sopra le vasche affondando le radici nel filtro che pulisce l’acqua per i pesci. La crescita avviene in tempi dal 30% al 50% inferiori rispetto ad una coltura tradizionale grazie alla costante fertilizzazione delle radici data dal flusso di acqua di scarico. Uno dei punti di forza di questo tipo di coltivazione è che riusa le acque, le ricicla e minimizza gli sprechi permettendo notevoli risparmi economici. La Hyundai Fuel Cell Farm è alimentata da una vettura ix35 FCEV ad idrogeno della quale sfrutta il vapore acqueo di scarico e le sostanze minerali presenti negli escrementi dei pesci per far crescere un piccolo ecosistema 100% ecofriendly.

Le fattorie aeroponiche verticali fanno a meno di un substrato in cui le piante crescono; vapore acqueo e sostanze nutritive vengono spruzzati direttamente sulle radici. Una pompa veicola l’acqua ed il fertilizzante necessario alla crescita per tutto il sistema che interessa le radici delle piante coltivate. Mentre nella coltura tradizionale buona parte dell’acqua si spreca perché evapora e viene restituita all’atmosfera in questo modo se ne utilizza il 90% in meno in quanto quasi tutto il vapore viene assorbito dalle radici.  La crescita degli orti urbani aeroponici avviene in tempi dimezzati rispetto alle coltivazioni a terra e con una resa del 30% maggiore. A Newark è in costruzione la fattoria aeroponica più grande del mondo, con 6400 mq di spazi coltivati completamente senza suolo. Il sistema sviluppato da AeroFarms è alimentato da pannelli fotovoltaici e riuscirà a produrre 900.000 kg di ortaggi ogni anno.

mercoledì 16 novembre 2016

Scritto da Camilla Mariani

Si è conclusa da pochi giorni la ventesima edizione di Ecomondo, fiera internazionale del recupero di materia ed energia e dello sviluppo sostenibile.

Quattro giornate all’insegna di idee utili a governare la complessità ambientale attraverso tecnologie, strumentazioni scientifiche e realtà industriali affermate. Insomma, una vera e propria vetrina tecnologica volta a valorizzare le risorse naturali, il riciclo dei rifiuti e il recupero di materiali. Durante le sue quattro giornate, il salone della sostenibilità ha registrato numeri da record.
Ebbene sì: parliamo di 105.574 visitatori con 11.000 presenze straniere.

Tra centinaia di proposte aziendali attraenti, provenienti dalle più grandi aziende green del momento, si fa spazio a gran voce il progetto intrapreso dalla nota produttrice danese di birra Carlsberg in collaborazione con Celli Group. Le due aziende, accomunate da valori come innovazione, qualità e sostenibilità, hanno presentato alla fiera di Rimini un punto vendita Ho.Re.Ca totalmente progettato in chiave sostenibile.

A richiamare l’attenzione dei visitatori è stato il sistema di spillatura di birra DraughtMaster, il quale merita di essere definito come un vero e proprio emblema delle sempre migliori performance ambientali delle aziende ideatrici.

Dal punto di vista tecnico, DraughtMaster, consente passi da gigante per quanto riguarda la carbon footprint del sistema di spillatura, arrivando all’azzeramento di emissioni di CO2; sostituisce il materiale PET, certificato dall’analisi Life Cycle Assessment, al tradizionale acciaio e si avvale degli impianti Geo Green realizzati da Celli, i quali, oltre ad elevate prestazioni, consentono un risparmio energetico di circa l’80%.
La spillatura garantisce inoltre una migliore esperienza di consumo rispetto alle altre forme (bottiglia, lattina), una migliore efficienza nella gestione del punto vendita e permette di valorizzare la professionalità del barista attraverso la teatralizzazione del servizio.

Ma le novità non finiscono qui.

Carlsberg Italia e Celli, oltre ad impegnarsi nella creazione di uno stand che integrasse la figura del cliente a 360°, hanno dato vita a momenti di collaborazione e dialogo, che permettessero al consumatore di interagire con il mercato.
Grazie alla partecipazione al progetto di IEFE Bocconi (Istituto di Economia e Politica dell’Energia e dell’Ambiente), sono stati realizzati dei laboratori in cui dare la propria opinione sulle possibili scelte sostenibili intraprese dalle aziende. La raccolta di queste informazioni sarà utile in vista della futura etichettatura, in fase di sperimentazione da parte dell’Unione Europea, contenente i dati sull’impronta ambientale del prodotto lungo tutto il suo ciclo di vita (Product Environmental Footprint, PEF).

Non è una novità per Carlsberg Italia lavorare con trasparenza sulla scena ambientale del momento. Numeri alla mano, infatti, dal 2011 al 2015, sono stati notevoli i risultati raggiunti dall’azienda.

Sono proprio queste le aziende che ci piacciono.
Aziende che non abbiano scheletri nell’armadio e coinvolgano il proprio cliente in maniera oggettiva e trasparente nell’analisi del proprio impatto ambientale.
Aziende sempre più orientate ad un concetto di economia circolare dove le parole d’ordine siano riuso, riciclo e risparmio di risorse.
Aziende per cui l’ambiente sia qualcosa di totalmente integrato con il business e sia il fil rouge di una produzione sostenibile, simbolo di qualità e durevolezza.
Questi gli orizzonti verso cui il mondo imprenditoriale deve rivolgere lo sguardo.